Passeggio Commerciale Urbano

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Foto F. Bottini

Con buona pace degli entusiasti sostenitori del modello, il cosiddetto centro commerciale naturale non esiste. Nel senso che non c’è nulla di particolarmente naturale nell’allinearsi diciamo così organico, dentro un particolare tessuto o contesto, degli esercizi che vendono prodotti o servizi, mescolandosi ai flussi e relazioni così da costituire nello spazio e nel tempo un particolare nodo di attività e vitalità. L’unica cosa davvero naturale, lì, è la voglia di darsi da fare, individualmente o in modo associato, per far sì che i flussi di persone (la domanda) e i nodi di attività più o meno in rete (l’offerta) si incrocino virtuosamente. All’inizio il centro commerciale e la città praticamente coincidono, e ce lo ricordano anche quegli schizzi di Victor Gruen quando, a fornire una legittimazione storica al suo vincente scatolone automobilistico ad aria condizionata, esordisce con una veduta a volo d’uccello dell’Agorà, dove insieme alle attività civiche convivono senza soluzione di continuità anche chioschi, botteghe, angolini vari occupati dagli arcaici imprenditori. Al crescere dell’aggregato urbano corrisponde poi una specializzazione sempre più spinta, sino ad arrivare ai due modelli complementari, del grande magazzino e del mercato alimentare. Modelli che poi troveranno varie forme di convivenza nei moderni contenitori suburbani sul modello Gruen, o si riorganizzeranno in forme spurie nelle effimere arterie urbane commerciali, o high streets, o main streets che dir si voglia.

Spazio, tempo, flussi

Tutta questa lunga o breve (a seconda dei punti di vista) premessa, solo per sottolineare i due aggettivi qualificativi con cui si apre e si chiude: naturale, ed effimero. Tesi: il contesto commerciale non ha nulla di naturale, ed è tendenzialmente effimero al mutare delle condizioni che l’hanno generato. Cosa che potrà indispettire abitudinari o bottegai che vorrebbero invece un universo immobile, salvo il proprio conto corrente, ma assai prossima alla realtà. Ci riflettevo giusto ieri, festa milanese di Sant’Ambrogio e inaugurazione ufficiale della stagione natalizia, pedalando a debita distanza dalle cariche della polizia contro i manifestanti alla prima della Scala. Nell’ora di punta del passeggio commerciale, dopo il tramonto e fra le luminarie e insegne lampeggianti, saltava vistosa all’occhio l’enorme differenza fra la vitalità dei nuovi quartieri di torri e passerelle, e quella abbastanza in sordina delle classicissime, apparentemente intramontabili high streets locali. Ovviamente attraversare e guardarsi attorno non equivale a una sistematica ricerca sui flussi di cassa delle varie attività ed esercizi, magari l’arteria commerciale tradizionale avrà oggettivamente fatturato molto di più, e nel quartiere postmoderno si trattava soprattutto di uno strascico della promozione immobiliare, ma la sensazione resta: da un lato pareva sorgere il luminoso futuro, dall’altro i bei tempi sembravano proprio volgere al termine. Lo spazio, il tempo, i flussi, si incrociavano sicuramente fra le luminarie global dei nuovi palazzoni, riempiendo bar, negozi, gallerie.

Politiche urbane

La memoria, o anche la storia per chi vuole provare a maneggiarla, a volte servono parecchio, nonostante quello che dicono (ma certo non pensano) alcuni critici. Nel caso specifico, ci raccontano come accennato in partenza che accorgersi dei processi è bene, e interpretarli ancora meglio. Processi per nulla naturali, salvo nel naturale manifestarsi di preferenze: i flussi della domanda che preferiscono orientarsi verso alcuni spazi come i nuovi quartieri di tendenza, gli ambiti degli esercizi che paiono indecisi sul che fare. Se si lascia che la natura faccia il proprio corso, proviamo a immaginare uno scenario probabile: sempre più gente a sovraffollare e intasare i due o tre livelli commerciali del nuovo quartiere, estendendo l’effetto vitalità (e congestione) alle vie adiacenti; sempre meno gente e/o esercizi qualificati nella high street tradizionale, dove alle saracinesche abbassate si aggiungeranno magari le fioche insegne di attività per propria natura sottotono, povere, che abbassano il valore d’uso e di scambio degli immobili, nonché quasi fatalmente quello degli spazi pubblici. Posto che esista consapevolezza pubblica e privata di questo genere di evoluzione, la domanda è: si sta provvedendo con piani e programmi, urbanistici e socioeconomici, per guidare i processi? Oppure succederà, come in tanti altri casi, di assistere a un inevitabile degrado, disagio, difficoltà di convivenza fra abitanti, spazi abbandonati, flussi pedonali e veicolari che fuggono una zona poco attraente per andare a intasarne un’altra già congestionata? Chissà. Per adesso, si tratta solo di una fuggevole sensazione.

Riferimenti:

Victor Gruen, Larry Smith, Origine del centro commerciale (1960)

Saco Rienk DeBoer, Zone commerciali (1937)

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