«Per fare la Città Giardino bisogna coltivare il giardino» dice il saggio (1905)

«Nulla colpisce più del contrasto tra speculazioni teoriche e vita reale, tra ciò che si predica e ciò che si pratica … Abbiamo troppa fiducia nei sistemi e badiamo troppo poco agli uomini» (Benjamin Disraeli)

«La civiltà inizia con la scoperta di qualche utile metodo per acquisire ricchezza, comodità, lusso. Il bisogno o il desiderio di mantenerli porta poi alle leggi e alle regole sociali … L’origine e il progresso della società civile sono in realtà da cercare nelle innovazioni meccaniche o chimiche» (Sir Humphrey Davy)

L’obiettivo principale della Città Giardino è di contenere la forza gravitazionale che attira uomini e merci a sempre maggiori concentrazioni dentro a sempre più sovraccarichi centri urbani, offrendo un modo di tornare alla terra, anche per le attività manifatturiere a insediarsi in campagna, in un movimento a risolvere un problema oggi ben presente a chi si occupa di gravi questioni di importanza nazionale. […] Si deve «tornare alla terra» perché fonte di inesauribile piacere, che si ricava dal semplice esercizio fisico per ottenerne come sappiamo frutti in abbondanza; c’è sempre una ricompensa per chi semina, e non si limita certo a quel che potrà raccogliere, ma comprende ciò che non si può certo comprare, ed è di inestimabile valore: la salute. Fortunatamente, e come ben sappiamo, il britannico medio trova già nel giardinaggio una inesauribile fonte di interesse e divertimento; e cosa assai curiosa, si è rilevato che è proprio chi ha vissuto a lungo una vita di città, a considerare il giardinaggio con zelo tale da primeggiare in quell’attività. Mr. George Cadbury, che ha avuto ottime particolari occasioni per occuparsi della materia, in recente discorso spiegava:

«Si dice che la gente di città non ami l’orto. Beh, nel villaggio di Bournville ci si è subito dedicati agli spazi da coltivare indipendentemente dalle grandi trasformazioni ancora in corso lì accanto, perché tutti parevano ansiosi di mettere a disposizione degli abitanti ciò che non avevano mai avuto prima. Poi è stato davvero meraviglioso vedere come persone che avevano passato anche quaranta o cinquant’anni in città si sono subito adattati alla vita di villaggio. Sembravano apprezzarla molto di più di chi ha sempre vissuto in campagna. Nove ex cittadini su dieci sono stati attirati dal giardino come un papero dallo stagno».

Pare proprio si tratti di una specie di benefico aspetto di una legge naturale. Dei cui dettagli riferirò più tardi, approfondendo invece adesso il problema di approfittare – e uso di proposito il concetto di approfittare – dei vantaggi offerti universalmente da quei giardini che la città già comprende implicitamente nel nome proprio. I giardini della città giardino non sono una parola, ma la loro qualifica principale, e c’è sinceramente quasi da sperare che quell’altra parte del nome non ne divenga il principale limite. Ma a quanto pare c’è molto poco da temere, e ciò per una serie di considerazioni. In primo luogo, si tratta di città concepite n modo tale che le case siano sempre mescolate a dei giardini; anche le larghe vie e viali, dai bordi erbosi, in qualche misura si possono assimilare a dei giardini, mentre gli spazi aperti maggiori saranno i giardini della municipalità. Tutti luoghi di piacere certo, ma nel caso delle case più piccole e dei villini per lavoratori i giardini si trasformano, e diventano luoghi dove il piacere si mescola al vantaggio pratico, producendo. Essendo riusciti finalmente a realizzare il luogo ideale dove si coltiva l’amore del britannico medio per il suo giardino, potremmo ritenerci soddisfatti. Salvo ancora dover contrastare la tendenza al tipo di orto urbano, da sostituire col modello di campagna. Il giardino di città è desolante, la sua natura pare risentire dell’ambiente artificiale circostante e divenire silenziosa, priva di spontaneità, ogni fiore appena sfiorato ci lascia sulle mani una traccia di fuliggine.

È sicuro che saranno i cittadini stessi ad aspettarsi dagli amministratori delle città giardino molto interesse per la bellezza degli spazi governati, mantenendo giardini pubblici, giudicati probabilmente più per l’ampia disponibilità che per altri caratteri stravaganti come la profusione di aiuole fiorite. Vediamo spesso spazi urbani – anche là dove non mancano ottime architetture – in cui spicca un aspetto spoglio degli edifici, una relativa nudità dei luoghi. E ciò si deve all’assenza di rampicanti o altre verzure. Chiunque, credo, sarebbe d’accordo con amministratori che impongono per convezione anche ai privati di rendere la città il più verde possibile. E lo si può fare piantando rampicanti quali Ampelopsis hederacea , A. inserta, oppure A. quinquefolia. Tutte magnifiche in autunno quando le foglie si colorano di rosso vivo, la prima fortemente raccomandata perché si arrangia da sola ad arrampicare senza alcun sostegno, attaccandosi alle pareti tramite sottili tentacoli che terminano in ventose. I rampicanti si possono piantare immediatamente dopo il completamento degli edifici, mentre altro verde si può sistemare anche prima non appena messi a disposizione i terreni . In alcune città del some Canada, il verde affacciato sulle strade viene innaffiato e curato direttamente dalle amministrazioni con straordinari risultati e grande apprezzamento di tutti.

Si sa che in qualunque città giardino hanno grande importanza portici, verande, piazze, e in ciascuno di essi trovano posto delle fioriere; ci saranno anche molte balconate e balaustre, pure ravvivate da contenitori di verde e vasi, in convenzione coi negozianti per la cura adeguata. Un ottimo ed economico metodo di manutenzione è quello di affidarla periodicamente agli studenti di orticoltura – ragazzi e ragazze – dell’Istituto Tecnico. E per quanto riguarda i giardini degli abitanti del villaggio, non si deve certo temere per la loro qualità e pulizia, né per l’effetto estetico sulla città, se villini e giardini sono stati organizzati adeguatamente. Perché mai si è approvata la Legge degli orti? [Allotment Act n.d.t.] Per consentire al lavoratore di coltivarsi uno spazio fuori città, constatato inevitabilmente che non può averne uno dentro, e per due ragioni: (a) non esiste spazio disponibile a sufficienza; (b) anche se e quando esiste ha un prezzo proibitivo.

In una giardino vige il principio secondo cui ad ogni casa corrisponde uno spazio particolarmente ampio a ciascun alloggio in villino, e inoltre che all’inizio almeno tutte le zone abbiano il medesimo valore. E non capisco quindi perché si debbano pensare in una «città giardino» dei giardini staccati e distanti. L’orto inteso come aiuole assegnate condivise con altri ma lontane da casa è un compromesso a volte indispensabile, e un povero compromesso se il lavoratore per raggiungerlo già stanco cammina a lungo o addirittura è obbligato a prendere il tram come succede. Perché continuare con quel sistema, pensato per rimediare in casi specifici, anche nella città giardino senza alcuna ragione? Perché accontentarsi di qualunque compromesso per quanto accettabile quando si possono cambiare completamente le cose con grandi vantaggi per tutti? Fornire ciascun cottage di un ampio orto-giardino rappresenta un grande vantaggio per il lavoratore inquilino, che ci passerà tanto del suo tempo libero dal lavoro. Anche moglie e figli potranno partecipare all’attività e al piacere di coltivarlo; e magari la sera fumando la pipa in veranda potrà – speriamo con soddisfazione – contemplare il risultato del proprio lavoro e abilità. Quindi voto certamente per l’orto annesso all’abitazione, e credo che lo stesso lavoratore richiesto il suo parere risponderebbe senza dubbio nel medesimo modo.

brani da: Alfred Richard Sennet, Garden Cities in Theory and Practice, Bemrose and sons, ltd. Londra 1905 – Estratti e traduzione a cura di Fabrizio Bottini

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