Qualità e democrazia nel millennio delle città

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Foto M. B. Style

Si dice da tempo che l’aria della città rende liberi, perché quelle mura ipoteticamente tirate su attorno ai simboli dello stare insieme, religiosi politici o economici che siano, non proteggono tanto da un nemico esterno in agguato per conquistare ciò che sta dentro, ma dal nostro alter ego animalesco e brutalmente autoritario, nonché conformista, che impedirebbe di pensare creativamente. E non è un caso che da sempre la città sia sinonimo di laboratorio, inutilmente valutato da qualche piccolo chimico solo in termini di prossimità fisica, o addirittura densità edilizia: esiste un indefinito a quanto pare ancora impossibile da cogliere, e che qualifica quell’ambiente come tale. Certo però se la guardiamo da un altro punto di vista, la città più che per la sua aria libera si distingue per la potenzialmente superiore qualità di quell’aria, diciamo così.

Obiettivi di una città oggi

La città è per definizione moderna ed efficiente, ma questa efficienza per troppo tempo nei tempi non molto lontani dell’industria ha finito (secondo molti ancor oggi non dovrebbe far altro) per essere orientata alla produzione di ricchezza. Mentre invece anche senza per questo rinunciare a quell’aspetto esistono mete assai più generali come la qualità dell’abitare, la riduzione degli impatti, dei consumi energetici, delle emissioni, un uso appunto più efficiente delle medesime tecnologie grazie a una buona organizzazione. Se la città produttrice di quattrini lavora per comparti, quella che produce qualità, meglio se diffusa, opera trasversalmente e in rete, connette in orizzontale e in verticale, è per sua struttura e natura più equa, almeno tendenzialmente.

Se si rivolge alla vita, non può essere che amica dell’ambiente, questa città, e quindi non solo ridurre impatti, ma addirittura costruirlo e migliorarlo quell’ambiente, attraverso strumenti come le infrastrutture verdi per la gestione idrica, la produzione e distribuzione alimentare, una sorta di cooperazione fra mondo vivo e mondo inanimato a far cose che sinora erano quasi totalmente delegate alle macchine e al consumo energetico, come il ciclo delle acque e la depurazione. Se la città è tendenzialmente redistributrice, non può non avere fra i propri obiettivi la cura dei suoi abitanti e non solo, casa, servizi, salute (prevenzione e cura) inclusione, cultura, informazione. Fondamentale in questo la rete delle relazioni e in forma contemporanea tutto il sistema delle reti che storicamente appartengono alle culture del quartiere e dello spazio pubblico.

Cosa manca ancora?

Va da sé, però, che tutti questi obiettivi non hanno gran senso se li consideriamo disgiunti dalle forme dell’insediamento urbano, e dalle forme di governo che poi ad esse corrispondono. Pensiamo per esempio a un modello di città centrale classico di era industriale, circondata da periferie e suburbi interni ed esterni. Di norma si vengono a creare enormi squilibri per esempio nella qualità dell’abitare, fra i vari tipi di quartieri, a seconda sia della posizione che della composizione sociale, edilizia, del tipo di godimento dell’abitazione. La forma classica è quella di un nucleo centrale dagli elevatissimi valori immobiliari, a volte con corpose tracce della città storica, dove si concentrano le attività direzionali di prestigio, quelle culturali, certi servizi, e più rada una residenza di lusso, attestata in piccole sacche.

Attorno a questo nucleo centrale, il resto della circoscrizione centrale si compone spesso di quartieri di bassa qualità urbana e sociale, le periferie dormitorio di prima fascia, che confinano con una fascia ancora più esterna composta da altri territori comunali autonomi. Qui, ancora, i quartieri si dividono anche se in modo meno polarizzato e densità analoghe, fra residenze di un certo livello, medio-alto, e altre intermedie rispetto ai quartieri popolari centrali. Appare evidente come in questo tipo di frammentazione, sia insediativa che amministrativa, qualunque obiettivo fra quelli di gestione ottimale, equilibrio ambientale, qualità ed equità, sia destinato a fallire.

E appare di conseguenza altrettanto evidente che come si dice a volte senza pensarci troppo, il problema sia in realtà «politico», ovvero democratico: l’aria della città contemporanea non dovrebbe rendere liberi solo coloro che possono permetterselo, ma estendere la libertà a tutti, anche grazie a tanti progressi ampiamente a portata di mano. Uno degli obiettivi di base dovrebbe quindi essere quello di far corrispondere la forma di governo e rappresentanza, e i suoi strumenti decisionali, proprio a quegli obiettivi di cui sopra, che parevano tanto neutri e «apolitici». Pare il minimo, ma è qualcosa che sembra ancora un po’ troppo in secondo o terzo piano, se leggiamo l e politiche europee in materia urbana, appena pubblicate nella fase avanzata di discussione. Si può fare meglio.

Riferimenti:

La dimensione urbana delle politiche europee (documento scaricabile in inglese)

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