Questioni urbane in una prospettiva non localista

Ogni volta che qualche improvvido, o reazionario, o robotico (o un po’ tutte queste cose insieme) demografo-statistico lamenta che nelle nostre città occidentali «non si fanno più figli» verrebbe voglia di ricordargli con mezzi piuttosto spicci e drastici che la sua disciplina non nasce di sicuro sul pianerottolo di casa, anzi forse ci muore se non si riesce ad allargare lo sguardo un po’ oltre. E la stessa cosa vale su un altro piano per chi lamenta lo «spopolamento dei borghi e dei territori rurali» a prescindere, ovvero senza considerare la questione nel quadro dei mutati equilibri socioeconomici e geografici che a quello spopolamento fanno da premessa. Ovvero esistono fattori di contesto resi assai più ampi della pura osservazione locale, a cui pure si fa riferimento spesso, ma senza poi coglierne davvero il senso: le migrazioni e le evoluzioni sociali per la natalità e il ricambio, le mutate condizioni tecnologiche, ancora sociali e ambientali, per certi spopolamenti funzionali. Risulta quindi indispensabile ragionare continuamente sia in termini deduttivi che induttivi, e non semplicemente prelevare alcune parziali considerazioni generali per costruirsi microcosmi «coerenti» soltanto in apparenza, in realtà pronti a crollare miseramente non appena cambiano quelle condizioni globali. Pensiamo al cosiddetto consumo di suolo e alle riflessioni su urbanizzazione planetaria, agricoltura, alimentazione, progresso, conservazione, valori democratici.

Il vero senso della urbanizzazione globale

Il dato, statistico e non solo, ci dice che le superfici urbanizzate (a vario titolo quanti-qualitativo urbanizzate) a scala mondiale sono previste in triplicazione dal dato del 2000 a quello del 2030, ovvero su quella che noi occidentali considereremmo una generazione, lo spazio tra nascita ed età adulta di un singolo individuo. La questione si pone con particolare rilevanza là dove assenza di reddito distribuito, capacità di condizionamento delle scelte, e chiare politiche socio-ambientali, tendono a riprodurre peggiorati gli schemi di sviluppo attraversati su un periodo di tempo assai più lungo dalle città occidentali: casualità, spreco di risorse sia ambientali che economiche, impatti enormi e di difficile se non quasi impossibile assorbimento, basta pensare a quelli climatici, energetici, alimentari. Il rischio è quello di un vero e proprio clamoroso arretramento civile e culturale generalizzato, in cui i paesi con tassi di crescita a due cifre potrebbero trascinare gli altri, o indurli per converso a costruirsi in una sorta di fortezza assediata, come si sta cominciando a fare con le migrazioni. Questa crescita urbana e socioeconomica squilibrata e speculativa aumenta in modo esponenziale il tasso di squilibrio nella distribuzione di oneri e vantaggi, ovvero è prima di tutto profondamente ingiusta, pone un problema principalmente etico con solidissime basi economiche e di sopravvivenza. L’idea di «politiche urbane e territoriali» che deriva da queste conclusioni quindi può anche essere molto diversa da quelle high-tech, o conservazioniste, o finanziarie, o puramente estetizzanti-simboliche a cui si pensa abitualmente. Si tratta però di vedere, alla fine, se e sino a che punto il metodo di ragionamento che ne esce si possa poi declinare anche «dentro la fortezza occidentale» che soggettivamente può interessarci di più.

Politiche urbane-territoriali globali

Quando si dice «mettere al primo posto gli equilibri spaziali e non la speculazione» si intende allargare l’idea di pianificazione urbana a quelli che all’inizio erano i suoi obiettivi, i quali diventano così anche strumenti. Se nella tradizione urbanistica occidentale, per via delle discendenze decisamente architettoniche, lo spazio fisico sta al centro di tutto, riverberando in un modo o nell’altro ogni altra prospettiva al punto che spesso si «progetta per una società ideale» ponendosi pochissime domande sulla sua effettiva consistenza o potenzialità, una visione globale del tema sposta gli equilibri. Ovvero prima porsi (o porre, se il pianificatore non è decisore, ma solo in qualche misura esecutore) la questione sociale-ambientale, e poi verificare quali configurazioni spaziali meglio rispondano, strumentalmente, all’obiettivo prefigurato. In fondo il vero senso delle tante utopie di epoca industriale otto-novecentesca, la loro fortissima resilienza nell’influenzare il pensiero sulla città e il territorio contemporanei, sta proprio nel «mettere lo spazio al servizio della società» e non viceversa come avviene invece – a volte inconsapevolmente – nella consecutio logica della tradizione architettonico-urbanistica. E assumono così valore diverso anche altri obiettivi come equità, giustizia ambientale, servizi, gli stessi standard qualitativi e quantitativi, relegando al puro slogan di settore e professionale specializzato (legittimo, ma appunto cosa di pochi) anche certe bacchette magiche oggi imperanti: dalla «densificazione per arginare il consumo di suolo», all’idea che il mitico «libero mercato» possa fungere da divina provvidenza in grado di trovare soluzione a tutto. In questa prospettiva, andrebbe letto l’ampio rapporto allegato.

Riferimenti:
Anjali Mahendra, Karen C. Seto, Upward and Outward Growth: Managing Urban Expansion for More Equitable Cities in the Global South, rapporto World Resources Institute, gennaio 2019

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