Se cerchi occasioni (anche di vita) vediamoci in centro

downtown

Foto M. B. Style

Le imprese innovative, per propria natura, operano in modo innovativo, il che significa in fondo andare un pochino più in là di certe lucette lampeggianti, linguaggi simil-iniziatici, marchingegni tecnologici intricati. O meglio, forse un po’ di tempo fa poteva anche funzionare così, bastavano davvero le lucette e l’atmosfera stile Star Trek a caratterizzare qualcosa di innovativo, e tipicamente lo sfondo di quell’innovazione erano prati verdi con qualche specie di astronave posata al centro. Si tratta di una idea di innovazione tecnologica davvero vintage, del tipo coi robot un po’ sferraglianti, le auto volanti con le code a pinna, una società vagamente militarizzata e di sicuro molto massificata, e sempre quell’ambientazione da Ai Confini della Realtà, fatta di piccoli centri di provincia, villette con lo steccato immacolato, stradine sinuose che ci si immagina profumate di gelsomino, ma si sa intasate dagli scarichi di quelle stesse automobilone con le pinne. Quel mondo forse esiste ancora, in parte, ma di sicuro non è più innovativo, non produce più futuro, e l’hanno capito per prime esattamente le stesse imprese che avevano contribuito a costruirla, quella nuova frontiera dell’innovazione novecentesca.

Just linger on the sidewalk where the neon signs are pretty

Dentro le città, inopinatamente abbandonate per andarsene verso la galassia verdeggiante delle praterie suburbane, sfuggendo a inquinamento e degrado invece di provare a risolverli, quelle imprese avevano infatti lasciato la loro risorsa più preziosa, ovvero l’intelligenza. Secondo un antico testo del movimento per la città giardino, dal punto di vista dell’intelligenza sociale il rapporto fra ambiente urbano e rurale funziona più o meno così: dalla campagna partono verso la città le intelligenze più vivaci, ma poi là le loro vite si consumano rapidamente per via delle condizioni fisiche impossibili. Ovvio il riferimento alla metropoli industriale ottocentesca, ma anche ovvio come si debba al permanere di condizioni molto simili, il furioso decentramento suburbano delle imprese (innovative e meno innovative) nella seconda metà del ‘900. Ma nel processo di suburbanizzazione è avvenuto qualcos’altro, ovvero che le ex intelligenze creative, costrette dentro le strutture centralizzate e autoritarie dell’office park, penalizzate dalla vita omologata della villettopoli monoclasse e del centro commerciale, si sono molto affievolite. Mentre nella città chi c’era rimasto continuava, da un lato a restare intelligente e pure migliorarsi, dall’altro a provare a risolvere i problemi del degrado. Adesso moltissime imprese se ne sono accorte, che quelle sacche di intelligenza continuamente stimolate dall’ambiente sono una risorsa imperdibile, che non va sprecata semplicemente andandone a prelevare un po’ quando serve, ma vivendoci dentro, respirando all’unisono con quell’ambiente.

Oltre i Google-bus

Succede così che prima tanti creativi dipendenti delle aziende della Silicon Valley hanno cominciato a pretendere di abitare in centro a San Francisco, invece che nelle sonnacchiose lottizzazioni fuori Palo Alto o San Josè, poi sono state le stesse imprese (grandi, piccole, nuove, vecchie, startup) a iniziare un ritorno in grande stile, riprendendosi spazio in quartieri degradati e frange periferiche un po’ lasciate andare negli ultimi decenni. Ma c’è un rischio che non tutti i commentatori delle manifestazioni contro i Google-bus hanno colto: una suburbanizzazione della città proprio per effetto delle imprese innovative. Infatti tra i manifestanti di quei cortei e iniziative non c’erano soltanto i militanti delle associazioni per la casa, giustamente preoccupate per l’impennarsi delle quotazioni immobiliari attorno alle fermate dei bus di lusso ad aria condizionata. C’era anche chi già vede il riprodursi in città dei medesimi meccanismi che hanno desertificato intellettualmente il mondo suburbano: la segregazione delle fasce di età e reddito, quella funzionale ancora promossa da certo zoning antiquato, una idea di mobilità dolce pure perversa, che non si rivolge alla metropoli nel suo insieme, ma solo ad alcune sacche di utenza privilegiata. L’ultima notizia, stavolta da New York, è che c’è stato un boom economico urbano trascinato proprio dalle imprese tecnologiche innovative, ma anche dalla quantità di posti assai meno qualificati nel turismo, accoglienza, servizi. Si chiama propriamente metabolismo urbano, e non funziona (non ha mai funzionato) certo segregando persone e funzioni. Speriamo che certi amministratori così entusiasti delle tabelline sul Pil locale tengano conto anche dell’humus da cui trae alimento, invece di preparare inconsapevolmente il prossimo human flight, l’esodo verso una nuova frontiera di speranza per sfuggire al degrado. Anche perché stavolta non ce n’è una a disposizione, salvo saltare su un’astronave, forse.

Riferimenti:

Joe Cortright, Surging City Center Job Growth, rapporto febbraio 2015 [presentazione dell’Autore e pdf integrale dello studio scaricabile]

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