Sprawl: quanto mi costi!

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Foto M. B. Style

La faccenda che sia il cosiddetto mercato – con o senza baby finale – a giustificare tutto e il contrario di tutto, ovviamente è una balla colossale. Ma solo perché trattasi di concetto parecchio distorto, e via via ideologicamente allontanato dalle sue un po’ più genuine origini. Che certo come tutto quanto è genuino sono piene di bitorzoli e asprezze, ma se non altro rappresentano un solido punto di partenza: e proviamo dunque a ripartire. Dall’idea che esistano una domanda (per quanto essa stessa mica tanto chiara nell’idea di cosa sta domandando) e un’offerta (la quale prova a capire per difetto o eccesso che diavolo dovrebbe e potrebbe offrire). Per metterle in comunicazione, si tratta di impastare il mondo, le risorse varie, diciamo riassuntivamente il territorio e annessi. Un “mercato” che prova a funzionare bene lo fa collocando efficientemente queste risorse territoriali, con vantaggi individuali e collettivi. Questa cosiddetta efficienza si può verificare secondo alcuni principi essenziali: la domanda può abbastanza facilmente esprimere soddisfazione o no, scegliere, respingere e seppellire per sempre le offerte sbagliate (salvo poi ripescarle in un mutato contesto, chissà); la domanda può dare in cambio un prezzo equo al complesso delle offerte, ovvero non essere abbagliata da specchietti per le allodole e poi scoprire con orrore le voragini sotto il tappeto quando è troppo tardi; efficienza vuol dire anche rapidità (magari relativa) nel cogliere davvero i segnali di insoddisfazione, quando si manifestano in un modo o nell’altro, direttamente o indirettamente, o anche implicitamente. Ecco, ciò premesso: tutto l’insieme delle dinamiche di sviluppo del territorio, o meglio di tendenza alla dispersione insediativa urbana, delle reti, dei trasporti, delle economie e sfruttamento di risorse, dell’immaginario e aspettative che lo alimentano, fa a cazzotti con questa idea genuina di mercato. Oltre che con un minimo di buon senso.

Il cliente ha sempre ragione?

In principio c’erano il male città e l’idiotismo della vita rustica, in sintesi le due calamite superiori del logo vincente della Città Giardino novecentesca. La domanda era ovviamente per evitare entrambi, ma il prezzo sino a quel momento era alla portata di pochissimi, giusto qualche nobile o riccastro, gli altri dovevano accontentarsi o di godere di salario e relazioni, o di gustarsi uova fresche e aria pura da analfabeti superstiziosi. Poi vennero trasporti, elettricità, telefoni, e quel prezzo iniziò a crollare: era iniziata l’era della dispersione urbana nazionalpopolare, una specie di gita organizzata del dopolavoro spalmata su varie generazioni. Ma le trattenute sullo stipendio corrispondevano davvero al vantaggio? Cioè: l’offerta rispondeva alla domanda, o andava (continua a andare) tutta per conto proprio? L’ampiamente dimostrata teoria dei costi nascosti dello sprawl parrebbe proprio indicare il contrario, anche sulla base di pure considerazioni monetarie, o fiscali, figurarsi poi se nei “costi” iniziamo a calcolare anche i cosiddetti servizi all’ecosistema, come vengono definite un po’ squallidamente ma strumentalmente le risorse naturali ignorate dalla dispersione: il suolo cementificato e asfaltato, l’acqua tombinata e inquinata, l’aria usata per scaricare i motori dei Suv pendolari, e via dicendo. In pratica, si domandava di avvicinare la città alla campagna, ma la risposta è stata un trucchetto da baraccone a carissimo prezzo, se la valutiamo seriamente.

E poi c’è la domanda implicita

La questione monetaria ovviamente non è l’unica, perché la dispersione dopolavoristica nazionalpopolare di massa, a differenza di quella storica elitaria vintage, pone un problema ambientale (e quindi vitale) di primaria importanza e urgenza. Per riassumere molto schematicamente, basta la metafora del turismo da spiaggia: finché la gente è pochissima, non succede quasi nulla e le coste rimangono identiche, le trasformazioni indotte sono lente, il paesaggio cambia ma in modo graduale e adattivo. Con la massificazione di fatto la costa scompare, tutte le sue relazioni vengono seppellite dalla nuova entità fatta di parcheggi, locali pubblici, seconde case, strisce di sabbia artificiale per giocarci a beach volley o a pallone, piscine di albergo ritagliate su qualche centinaio di metri quadri di ex fondale marino e alimentate ad acqua marina pompata come se fosse carburante per il motore del turismo. Lo sprawl insediativo fa tutto questo, con la medesima idea che induca “sviluppo locale”, ovvero che oltre a rispondere alla domanda originaria (la non dimenticata sintesi fra il bello della città e quello della campagna) possa anche produrre ricchezza aggiunta, facendo lavorare e guadagnare tutti quelli che scavano buche e poi le riempiono di nuovo. Ora, invece, da qualunque parte lo guardiamo, quel modello di nuova frontiera della dispersione urbana, storicamente alimentato dalla sinergia abitare/spostarsi, costa molto più di quanto dichiarato ufficialmente: sia al portafoglio dei singoli, sia a quello della collettività, sia infine alle risorse dei bacini regionali, quelle che ci fanno sopravvivere. E man mano si allontana quella frontiera, sempre più si allontanano e si esauriscono anche le risorse che possiamo “importare” per sostituire quelle che abbiamo obliterato sotto il nostro sprawl. Qui sta il concetto di “costi nascosti”, e prima lo si capisce meglio è. Usando metodi di riscontro magari discutibili, ma certamente più oggettivi di certe fedi cieche nella mano invisibile del mercato. Metodi di riscontro come quelli proposti ad esempio dalla ricerca allegata: vale per il contesto americano, ma vivendo in era di globalizzazione non ci vuol molto a declinare le medesime osservazioni per contesti locali analoghi. Sono sempre, ormai, analoghi.

Riferimenti:

Todd Litman, Public policies that unintentionally encourage and subsidize sprawl, rapporto LSE Cities, Victoria Transport Policy Institute, marzo 2015

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