Rimotorizziamo il territorio, anche col veicolo elettrico

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Foto J. B. Hunter

Nessuno, neppure il più fanatico sostenitore del ritorno a una vita semplice e frugale, può negare che l’automobile abbia rivoltato come un calzino il mondo intero, e che molto, molto difficilmente quel mondo potrà riportare indietro le lancette dell’orologio. Questo è accaduto anche perché applicare alle vecchie invenzioni della ruota e del carro una fonte di energia così maneggevole, potente ed elastica, ha finito per sguinzagliare ovunque, quasi del tutto fuori controllo, altre energie, sino a indurre trasformazioni di quantità e qualità inusitate, fin nel profondo dell’essere umano e della sua idea di sé. Solo per fare un esempio a caso, basta ricordare qui l’idea di patria, quella cosa per cui si rischia la vita in battaglia, forma alta di ideale, ma non alta a sufficienza da essere risparmiata dall’effetto avvolgente della carrozza a motore. Uno dei pionieri del turismo di massa contemporaneo, l’italiano Luigi Bertarelli, descriveva a cavallo fra XIX e XX secolo, mentre i primi traballanti veicoli arrancavano su strade ancora polverose verso le vestigia di templi romani e castelli medievali, l’automobilismo come «riscoperta della patria dimenticata». E forse val la pena ancora oggi ricordare questo tipo di consapevolezza profetica, anche a chi, come i benintenzionati fautori della classica mobilità collettiva su rotaia, o di quella dolce pedonale e ciclistica, forse sottovalutano la specificità dell’automobilismo, focalizzandosi esclusivamente (e giustamente) sul rovescio della medaglia: inquinamento, dispersione insediativa, stili di vita surreali, insicurezza stradale. E molto molto altro, naturalmente.

Una cosa per volta, ma non solo

Proprio la straordinaria pervasività dell’universo automobilistico, la sua capacità non solo di proporsi come entità parallela, ma l’andare a condizionare e incorporare così tanti aspetti della nostra vita quotidiana, dovrebbe far riflettere soprattutto chi ritiene che l’auto oggi rappresenti un problema. Riflettere, ad esempio, sull’opportunità di fare balzi di tipo “negazionista”, ovvero che ignorano la complessità del secolo dell’auto, il suo averci lasciato in eredità anche tantissimi (per quanto contraddittori) portati positivi, ben oltre la citata accessibilità dei territori e dei paesaggi che affascinava il pioniere del turismo. Balzi negazionisti che tenderebbero a identificare tout court un intero universo col male, il pericolo, l’inquinamento, gli effetti collaterali ma non tanto che induce. Meglio, molto molto meglio, provare a toccare un aspetto alla volta del complicatissimo marchingegno che ruota attorno ai motori, ovvero agire esattamente in modo altrettanto pervasivo e graduale, per esempio come quando l’ingegner Hans Monderman invece di proibire gli accessi in alcune zone, aveva a bella posta mescolato i flussi di traffico, togliendo alle auto quella precedenza d’istinto automatica che tanto aveva danneggiato le nostre città e gli spazi pubblici. Oggi una nuova, ennesima ricerca a sfondo tecnologico, ci fornisce un nuovo spunto di riflessione sul comparto inquinamento dell’aria.

Da cosa nasce cosa, come sempre

Con una certa sorpresa, un gruppo di ricerca sino-americano ha verificato un notevole vantaggio ambientale di una tecnologia sinora piuttosto sottovalutata, perché considerata una specie di trucco del mercato per continuare nel business as usual: l’auto elettrica. Emerge cioè che il passaggio da una propulsione a benzina al motore elettrico è uno strumento per combattere le ondate di calore metropolitane, molto stimolate sia dal condizionamento d’aria che appunto dal traffico privato. Il gruppo di ricerca ha calcolato cosa succederebbe se, ad esempio a Pechino (metropoli gigantesca e con un traffico da incubo) se tutti i veicoli a motore fossero sostituiti da equivalenti ricaricati alla presa di corrente. La simulazione è stata compiuta sulla base dei dati all’estate 2012, quando la città era più calda di diversi gradi rispetto alle campagne circostanti: col solo passaggio all’elettrico dei veicoli, il calo è di circa un grado. Senza tornare qui sui problemi specifici per la salute e l’energia delle ondate di calore, va osservato che questo sensibile vantaggio è del tutto collaterale ad altri del veicolo elettrico più noti, primi fra tutti l’inquinamento atmosferico da scarichi e l’abbattimento delle emissioni. Aggiungiamoci che un ingresso massiccio (anche se non nelle quote del 100% calcolate teoricamente dagli studiosi) di questa tecnologia si accompagnerebbe automaticamente a un incremento dei sistemi di car-sharing, a innovazioni tecnologiche e organizzative collaterali, e si capisce quanti vantaggi per la qualità urbana sono immediatamente a portata di mano. Senza troppi entusiasmi ingenui, ovviamente, ma anche senza troppe diffidenze contadine: di quelle ce ne sono state già troppe, forse.

Riferimenti:

AA.VV. Hidden Benefits of Electric Vehicles for Addressing Climate Change, Scientific Reports n. 5, articolo 9213, 19 marzo 2015

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