Urbanistica di destra, urbanistica di sinistra

Parecchi anni fa, scorrendo il quotidiano ufficiale della Lega Nord alla ricerca di immagini che descrivessero «La città ideale della Padania», non potevo fare a meno di chiedermi se fosse davvero possibile in qualche modo separare con un taglio netto una idea di urbanistica «di sinistra», dal suo ovvio contrappunto, che possiamo chiamare di destra, o guarnire con tutti gli altri aggettivi che il caso e/o la prospettiva storica ci suggeriscono. Da quella lettura emergeva un panorama variegato certo, spesso anche folkloristico nel linguaggio, ma indubitabilmente complesso riguardo al rapporto fra società e territorio, alla riflessione sui mali e i possibili rimedi, all’indicazione di «nodi» tematici spessissimo condivisibili.

Tra i vari approcci possibili alla disciplina urbanistica, dalle cronache locali ai contributi di tipo più strettamente «politico» dei responsabili di partito, spiccavano gli interventi di Gilberto Oneto che, con linguaggio sferzante, ottimi riferimenti culturali e spunti difficilmente contestabili, se la prendeva soprattutto con il «modernismo» delle schiere di discepoli indiretti di Le Corbusier, con gli effetti di una progettazione territoriale poco o nulla attenta ai bisogni sociali e ambientali. Con curiosità superficiale, avevo a suo tempo appurato che l’autore di quei testi era un professionista e studioso piuttosto noto nel campo della progettazione del paesaggio, e la cosa era finita lì. Fino a quando, sugli scaffali di una biblioteca universitaria notai, per puro caso, il suo Pianificazione del territorio, federalismo e autonomie locali (Alinea, Firenze 1994).

E a darmi dell’imbecille, tanto per cominciare. Perché nella mia per quanto breve ricerca della «città ideale» leghista non avevo provveduto al riscontro incrociato minimo, ovvero con una letteratura meno episodica degli articoli del quotidiano, che per quanto ben scritti e documentati scontano sempre e comunque limiti di spazio e approfondimento. Il libro viene pubblicato da Alinea nella primavera del ’94, poco prima che la Lega Nord ottenga nello schieramento dell’allora Polo delle Libertà il più ampio consenso della sua storia, iniziando poi da dentro il primo governo Berlusconi un’azione non più solo rivendicativa, ma fortemente propositiva e da una posizione di potere, sui suoi temi storici: società locali, territorio, autonomia e federalismo. Quindi il volumetto, con tutti i distinguo del caso, si presta ad essere letto come «manifesto» delle idee leghiste sull’urbanistica, o almeno come ampia dichiarazione di intenti, valida in prospettiva. Sembrano confermare questa impressione i ringraziamenti in coda, che comprendono tra gli altri l’architetto Giuseppe Leoni, fondatore del movimento ed esponente di spicco della Consulta Cattolica leghista allora resa celebre dalla responsabile, Irene Pivetti, o il professor Gianfranco Miglio, ispiratore teorico «alto» del progetto federalista, oltre le spinte di base semplicemente centrifughe e separatiste.

Il discorso di Oneto si articola, grosso modo e abbastanza ovviamente, secondo tre momenti: la definizione del problema; gli strumenti potenziali di soluzione; la prospettiva generale (il federalismo, appunto) entro cui questi strumenti potranno dispiegare la propria potenzialità. E vale sicuramente la pena di soffermarsi sul percorso di definizione del problema, notando innanzitutto come temi e casi siano quasi esattamente sovrapponibili a quelli della pubblicistica disciplinare «di sinistra» che tutti conosciamo, e siamo abituati a considerare la pubblicistica tout-court: a partire dagli affreschi senesi di Ambrogio Lorenzetti sul Buon Governo, e via via attraverso la storia della cementificazione italiana, della farraginosità delle leggi e norme, del distacco fra cittadini e grandi attori della trasformazione territoriale, a partire dalle agenzie pubbliche di infrastrutturazione. Insomma una corretta declinazione contestualizzata dell’equazione urbanistica = politica, che dal discorso del camerata Bottai al congresso INU del 1937, ai giorni nostri, nessuno può ovviamente mettere in discussione.

E tra le cause del disastro Oneto pone, non ultima, la cultura delle ultime generazioni di progettisti «satura di progressismo ottocentesco che pone tutto il bene in un futuro (per sua definizione) «radioso» e che disprezza il passato (sempre per sua definizione) «oscurantista»» (p. 17). E qui il discorso si fa complesso, implicando questioni ampie, che vanno dalle grandi categorie culturali alle loro presunte inequivocabili tracce in termini di sballata trasformazione e compromissione del territorio, dalla semplificazione degli standards o dello zoning, al semplicismo di analisi, proiezioni, identificazione schematica di «bisogni» spesso inesistenti. Troppo da riassumere in poche battute, e per cui ovviamente si rinvia alla lettura del libro, ma che può trovare buona sintesi in una frase delle conclusioni al volume: «Monseigneur de la Charette, glorioso generale dell’armata vandeana, diceva che i giacobini la patria l’avevano in testa – che ne avevano una concezione astratta e dogmatica – mentre i suoi ce l’avevano sotto i piedi: per essi era insomma una realtà viva, concreta e locale» (p. 129).

Ecco, forse è proprio questo costante filo diretto con le radici, a connotare l’approccio «di destra» al problema, evidentemente contrapposto ai cervellotici «voli» dell’ortodossia modernista, che comprenderebbe in questa voragine di pochezza sia le cementizie astronavi disegnate di Le Corbusier, posate ad occupare militarmente il territorio, sia i molto più piccoli quanto infiniti e tangibili condomini multipiano, sparpagliati a deturpare valli e pianure, nascosti dietro le artificiose regole della legislazione urbanistica o la totale separatezza fra decisioni politiche e bisogni sociali. Certamente nessuno può negare che ce ne sia parecchia, di acqua sporca da buttare, né che il bambino dentro quest’acqua sporca sia spesso difficile da intravedere. Non a caso i riferimenti culturali e di testimonianza di Gilberto Oneto sono quelli «abituali» che nella letteratura specializzata di solito premettono conclusioni affatto diverse se non antitetiche: Antonio Cederna, Vezio De Lucia, Michele Martuscelli, solo per citarne alcuni. Emerge l’abituale immagine dell’Italia piena di ricchezze e potenzialità lasciate andare in malora, via via, dal crescente distacco fra decisori e decisi, e in anni meno recenti dalla globalizzazione che tutto amalgama, banalizza, e in definitiva appiattisce e distrugge.

Anche gli aspetti propositivi di questo «manifesto della cultura territoriale autenticamente padana», sembrano riecheggiare moltissimi temi più che classici dell’urbanistica consolidata: dal riferimento ad uno spirito comunitario di implicita connotazione olivettiana, alla necessità di un new deal fra discipline territoriali, politica e amministrazione che ricalca il Codice dell’Urbanistica INU degli anni Sessanta, fino alle questioni operative come il superamento della pianificazione quantitativa per standard e azzonamento omogenei, che «si riferiscono a parametri utopici ed irreali che non tengono conto delle specificità di ogni situazione» (p. 31).

Naturalmente l’esplicitazione concreta di queste istanze generali, si rivela poi piuttosto diversa da quanto si ascolta nei convegni e nella pubblicistica correnti, che l’Autore definirebbe probabilmente «di regime» (l’egemonia della cultura di sinistra?), visto che alla base di tutto sembra esserci la triade tradizione-famiglia-proprietà, e l’immagine comunitaria che ne esce ricorda più i galli irriducibili di Asterix che Adriano Olivetti, senza la simpatia dei primi e la complessità del secondo. Dettagli illuminanti ad esempio, emergono sul tema delle case popolari, che «in un tessuto sociale sano devono essere di numero limitato e riservate per l’utilizzo perpetuo di cittadini in comprovate condizioni di disagio (anziani, malati cronici, vittime di calamità ..)» (p. 60), o su molti altri aspetti per cui di nuovo si rinvia alla lettura.

Resta certamente il notevole interesse critico dell’opuscolo, che credo debba essere giudicato solo per i contenuti, senza proiettarne luci ed ombre a piacere su un contesto più o meno esteso nel tempo o nello spazio. Probabilmente, e solo per citare un esempio, il senso dei ricchi capitoli sul tema dell’ambiente, del paesaggio, dei centri storici, per essere davvero inquadrato necessita di un confronto con gli altri corposi lavori di Oneto sul tema (fra cui un manuale di progettazione appena ripubblicato, e che si considera un classico fra gli addetti ai lavori). Ma la cosa che credo più proficua, considerato che si tratta di un testo di tanti anni fa, è considerarne l’aspetto positivo di spietata denuncia: chi non ha mai visto uno dei desolati paesaggi che l’Autore descrive con tanta acrimonia come prodotto di generazioni tecniche incolte? Chi non ha mai avuto a che fare con «maestri» che poco o nulla avevano da insegnare, ma che da alti pulpiti recitavano e praticavano una cultura disciplinare maldigerita e irriflessa? Certo anche qui dentro l’acqua sporca che Oneto scaraventa dalla finestra c’è un prezioso bambino, ma si tratta di trovare e difendere quello, non di tenersi ineluttabilmente tutta la schiuma. Magari per rafforzare le proprie convinzioni sui contenuti, oltre il semplice schieramento che spesso in passato non ha combinato niente di buono. O no?

(questo articolo era stato scritto e pubblicato su Eddyburg nel lontano 2004, ma il senso pare decisamente valido anche oggi, e i riferimenti quanto mai vivi e vegeti); si veda anche in questo sito il mio citato «La Città ideale della Padania» da il manifesto 17 maggio 2002
Foto mie, Padana Highway 10, 2004 

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