Wilmaaa, dammi la motofalciatrice!

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Foto F. Bottini

Ci sono cose davvero frustranti, situazioni che tutti eviteremmo molto volentieri, ma che ahimè succedono, e spesso. L’esempio più classico è quello dell’usare la bicicletta per scelta, in città, superando tutti i vari ostacoli che ciò comporta, e facendolo volentieri perché in fondo non è poi tutta questa gran fatica, ci sono anche tanti aspetti positivi. Ma di sicuro un pochino di fatica la si fa, inutile negarlo, e allo sforzo si aggiunge la frustrazione quando trovi quello che in fondo ti sfotte, l’automobilista impaziente che ti fa capire di levarti di torno alla svelta, perché certo hai la precedenza ma lui ha da lavorare, e ti sorpassa sbuffandoti in faccia la sua bella dose di inquinamento e emissioni. Vale per la bici, e vale per tutta quella serie di stili di vita che si scelgono anche per motivazioni ambientali, dall’alimentazione, ai consumi, alla scelta dell’abitazione e via dicendo.

Come per il muoversi in bicicletta, anche tutte le altre cose traboccano di aspetti positivi: di solito oltre a far bene all’ambiente fanno bene alla salute, all’umore, alle relazioni. Però appunto richiedono qualche sforzo, e fa un po’ incazzare il solito conformista stronzo che ti sfotte. La faccenda si complica all’infinito quando non solo l’insieme delle faticate scelte si compone in uno stile di vita che chiamiamo per semplicità urbano, ma si prova pure a dargli un po’ di senso, diciamo a teorizzare (senza voler fare del vero e proprio proselitismo, per carità) quanto, ne siamo convinti, può fare un gran bene alla società e all’umanità tutta. Avere uno stile di vita urbano significa alcune cose soggettive, e altre perfettamente oggettive che si compongono sommando le scelte di tanti individui come noi. Per esempio.

Per esempio abitare in un contesto denso, che non vuol dire solo stare magari in un isolato con edifici a diversi piani, ma anche in genere mescolarsi parecchio coi propri simili, sopportandone con pazienza qualche abitudine che un po’ stride con le nostre, ad esempio il ciclo sonno-veglia. Cosa quasi automatica e inevitabile quando alla pura densità edilizia e di popolazione si somma quella di attività diverse, fasce di età diverse, redditi e abitudini. Ivi compresa quella di usare o non usare la bicicletta, o i mezzi pubblici, o magari (si spera senza sfottere) l’auto privata. Tra i vari sforzi che abbiamo fatto e facciamo, per questo stile di vita che definiamo più sostenibile, c’è magari anche quello di aver speso di più per la casa, o di rinunciare a qualche piccolo lusso.

Queste cose, ci spiegano tanti studi da tanti anni, riducono il nostro impatto individuale sull’ambiente, consumiamo meno spazio pro capite, meno energia, e poniamo le precondizioni per altri futuri risparmi, o favoriamo l’innovazione che dicono scaturisca dalla pura prossimità di cervelli diversi. Ma c’è sempre quello che ti sfotte, ed è particolarmente fastidioso il tipo intellettuale, preparato quanto orribilmente fazioso, come un dietologo carnivoro che invita a cena il vegano dilettante per il puro gusto di demolirlo psicologicamente. La battaglia per gli stili urbani ha tra i suoi avversari di questo tipo il professor Robert Bruegmann, che dalla pubblicazione di Sprawl, a compact history, nel 2006, si è ritagliato una nicchia particolare nella pubblicistica favorevole al business as usual in materia di urbanizzazione. La particolarità di questa nicchia ecologica che si è scavato il professor Bruegmann sta soprattutto nel tono, nei metodi, e nelle vere potenzialità per i suoi oppositori.

Accade infatti alla maggior parte dei critici pro-sprawl, sia nella versione trasparente internazionale che in quella più ruspante e affaristica locale, di tendere soprattutto a magnificare le meravigliose sorti della crescita e dello sviluppo as usual, solo in seconda battuta liquidando come terrori infantili tutte le preoccupazioni ambientali e sociali (peraltro ampiamente sostenute dalla scienza) di chi prova a suggerire alternative urbane, energetiche, negli stili di vita e dell’abitare. Bruegmann, al contrario, da bravo studioso accademico e sistematico qual è, si è sempre concentrato prima di tutto sulle ingenuità dei più entusiasti e ideologico-militanti. Il che in realtà è davvero come sparare sulla croce rossa, come mandare il dietologo plurilaureato carnivoro a cena col vegano improvvisato, magari con in mano le sue analisi del sangue che mostrano una certa carenza o l’altra. Col professore della Chicago University bisogna stare attenti insomma a non spararle grosse trascinati dalla fiducia in sé stessi, perché lui sta sempre lì in agguato, armato di ottime conoscenze e soprattutto di capacità di mescolarle al buon senso comune.

Voi buttate lì sbadatamente, senza adeguato sostegno scientifico, che il traffico da dispersione urbana è stressante, oppure che inquina l’aria, o pompa emissioni da cambiamento climatico, e lui piuttosto gentilmente, con un bel sorriso simpatico, prima vi spiega in linguaggio corrente qualche dozzina di ricerche che dicono l’esatto contrario, sottolineando nel frattempo certe lacune delle poche cose che magari avete citato pure voi. Ma solo alla fine arriva la mazzata decisiva, quella che vi fa sentire un impotente imbecille minoritario, e suona più o meno: ma guardati attorno! Ed effettivamente guardandosi attorno, se non si indossano le fette di salame ideologiche d’ordinanza (ma lui ve le ha eventualmente levate prima) si vede il cosiddetto senso comune, i comportamenti mainstream, la gente serena che gira in auto, corre al supermercato a far scorta di surgelati Ogm, installa l’ultimo marchingegno elettrico per ribagnare ciò che prima aveva asciugato con analogo trabiccolo, eccetera. Lo sprawl insomma non esiste, si chiama casa, si chiama vita, se c’è qualcosa che non va parliamone, figliolo.

Ecco: questo è il genere di metodo che, infallibilmente, caratterizza tutti gli scritti del professor Bruegmann. Che possono essere convincenti, deprimenti, ma anche stimolanti. Quando a suo tempo uscì Sprawl, a compact history, avevo intitolato la mia recensione “Wilmaaa, dammi lo sprawl” a stigmatizzare in qualche modo questo uso simpaticamente subdolo del buon senso comune accoppiato a indubitabili conoscenze e capacità di ricerca. Adesso, visto che la faccenda si sta prolungando in infinite polemiche di carattere locale e settoriale, con gli ambientalisti da una parte (di solito con studi e rapporti) e Bruegmann dall’altra (con interventi sulla stampa di informazione, lui parla direttamente al popolo), vorrei rivalutare l’altro aspetto, ovvero la sua tesi di fondo, quella che lo accomuna ai dichiarati lobbisti pro-sprawl. Tutto è sempre andato così, e tutto andrà in eterno così, perché è destino: non è orrendamente conservatrice, cappa di piombo sull’esistenza, condanna al villettarismo eterno per quanto oggi goduto o agognato? Tu farai shopping con dolore e rivernicerai settanta volte sette la ringhiera di casa il sabato pomeriggio?

L’hanno capito, questo trucchetto, gli immobiliaristi, ma l’hanno capito solo alla loro maniera. Quei carissimi quartieri di atmosfera urbana dove si va in bici a guadagnare una fortuna smanettando chissà cosa su un tablet, dove si esiste solo se si ha meno di trent’anni, sono un’invenzione mediatica geniale, a modo loro. Certo si tratta di sviluppare un po’ meglio il concetto, allargandolo a soggetti diversi e facendogli fare un pur elegante bagno di umiltà, come in qualche modo ha capito Richard Florida dopo aver sperimentato sul campo le sue teorie su creative class e sviluppo locale. Ma il metodo funziona: lavorare sul senso comune, e lasciare eventualmente sullo sfondo sia gli slanci moralistici alla Savonarola, sia le rigidità della ricerca. Tutte ottime cose, ma se i vegani vogliono davvero piantarla di essere uno sparuto gruppo di identitari fighetti, se quello che gli interessa è davvero stabilire un rapporto diverso con ciò che mangiamo e ciò che ci circonda, lo ascoltino, quel dietologo carnivoro, soprattutto quando parla di convivialità. Figuriamoci poi se dalla dieta ci allarghiamo alla mobilità, all’abitare, ai consumi e stili di vita. Salviamo il paesaggio, il territorio, il pianeta, ma iniziamo a salvarlo dalla nostra mediocrità comunicativa. Il professor Bruegmann ci ha insegnato questo, e lo ringraziamo.

Riferimenti:

F. Bottini, Wilmaaa, dammi lo sprawl!

Smart Growth America, Smart Growth America, Measuring Sprawl 2014

Robert Bruegmann, Sprawl is good for you, Politico, maggio 2014

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