La Macroregione Infinita Londinese Fabbricabile (MILF)

Greater Greater LondonQuando devi raccontare una balla, raccontala bella grossa, ampia, comprensiva, di vasto respiro. Così dentro l’accogliente e spaziosa frottola possono trovare una propria nicchia tante piccole innegabili oggettive verità, molto difficili da contestare in sé e per sé. Si tratta di una tecnica consolidata, molto sperimentata in una infinità di campi, ma che nella cosiddetta arte del possibile politica trova il proprio ambito di applicazione ideale. Arte del possibile, appunto, dove il falso diventa vero, se lo guardi dall’angolazione giusta, e ovviamente anche viceversa il vero diventa falso, girando sottosopra il tutto. Una buona cartina al tornasole di queste verità ad assetto variabile è quella forma di politica legata al territorio, nella sua effettiva o fantasiosa corrispondenza alla geografia, alla socioeconomia, alla storia. Caso abbastanza recente e emblematico la famosa “Padania” inventata in Italia dal partito della Lega Nord, che apparentemente nata e radicata dentro uno specifico contesto, si spostava invece di continuo a seconda delle esigenze politico-elettorali dei suoi sostenitori. Un assetto variabile che naturalmente nel millennio delle aree urbane e del loro primato nello sviluppo, addirittura nel loro potenziale subentrare agli stati nazionali come adombrano alcuni, interessa le cosiddette mega-regioni, ovvero ampi territori, megalopoli in senso post-moderno, alla ricerca di più adeguati equilibri.

Cambiano le mode e i tempi

Molto significativo, che al centro di una di queste diatribe di ridefinizione dei confini ci sia l’antica capitale mondiale della rivoluzione industriale, dell’impero, e anche della pianificazione del territorio moderna. Ovvero il posto dove, dopo aver sperimentato gli effetti devastanti dell’aver liberato il diavolo energetico dalla bottiglia, trasformando città e campagne nelle fucine del diavolo, si sono inventate anche cose straordinarie come lo stato sociale, la città giardino, la cintura metropolitana di produzione agricola detta green belt. Per gestire questi ed altri aspetti, sull’arco della prima metà del secolo scorso si è via via edificata una massa critica politico-territoriale detta Grande Londra, i cui primi vagiti risalgono alla fine del XIX secolo e alla nascita dell’urbanistica moderna. Ovvero, serve una autorità, elettiva e con bracci secolari tecnici ed economici, in grado di far funzionare tutto l’enorme organismo a cui fanno riferimento i processi sociali e ambientali. Nel secondo dopoguerra questo Greater London Council fu varato dal gabinetto MacMillan, per una regione urbana più o meno paragonabile alla stessa pianificata nello schema di ricostruzione predisposto da Patrick Abercrombie, e definito grosso modo dall’autostrada orbitale, dalla fascia agricola, dalle new town. Oggi a quanto pare, e come pure piuttosto ovvio, appare che quei confini e competenze siano da rivedere (e del resto a metà del percorso Margaret Thatcher l’aveva abolita quell’autorità, per motivi analoghi anche se opposti).

Sempre a mattoni e asfalto, si va a finire

Come accaduto nelle citate mega-regioni di sviluppo, dette a volte megapoli, almeno là dove (come per esempio accade in Cina) di fatto non esiste una vera e propria autonomia locale di governo del territorio e dei processi socioeconomici, il problema è quello di far corrispondere certi criteri di indirizzo alle spinte desiderate e già in parte manifestatesi in modo spontaneo. Ma la questione vera è come intuibile a quali di queste spinte aderire, specie se a differenza della “Padania” italiana la strategia si configura come qualcosa di abbastanza lungo periodo. A Londra, un alto rappresentante dei Conservatori ha deciso di usare il termine amato/odiato devolution, per definire il genere di riforma che auspica. Si tratterebbe nel caso specifico di allargare il territorio di competenza dell’autorità ben oltre l’autostrada orbitale M25, quella raccontata nel famoso libro psicogeografico di Iain Sinclair, di fatto comprendendo alcune zone già individuate come corridoi di crescita da parecchi programmi. Ma andando a scorrere la proposta, si scopre forse la chiave di lettura autentica, l’architrave diciamo così politica della faccenda: Abercrombie concepiva virtuosamente l’infrastruttura stradale come margine della greenbelt e al tempo stesso traccia di confine amministrativo, mentre qui si arriva abbastanza rapidamente ad affermare che quella greenbelt, ampiamente incorporata nella più vaste regione, deve diventare sede di altre new town: c’è l’emergenza casa, diamine! Così si capisce, dove stava annidata, la carica a orologeria. Del resto immaginabile, in un mondo post-industriale in cui il patto di ferro tra finanza e rendita immobiliare non vuol darci tregua. A quanto pare in tutto il mondo.

Riferimenti:

Andrew Boff, Southern Powerhouse – The devolution for London and the South East, 2014

George L. Pepler, Un’arteria anulare per la Grande Londra (1910)

Fabrizio Bottini, Megalopoli di sinistra 

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