Il verde urbano identitario partecipativo post-moderno

Quando nell’immediato dopoguerra italiano uno degli ex ragazzini terribili del modernismo architettonico, Piero Bottoni, decise di proporre al paese una specie di versione aggiornata dello storico quartiere modello tedesco Weissenhof a un quarto di secolo di distanza, certamente non intendeva passare per qualsivoglia reinterpretazione del modello di neighborhood unit anglosassone, del resto già ampiamente rimaneggiato nei suoi aspetti sia formali che sociali dalla cultura architettonica europea a cui il Commissario Speciale della Triennale nominato dal Partito Comunista faceva riferimento. In sovrappiù, sia l’organizzazione per densità medio-alte del quartiere urbano razionalista, sia la sua natura di passeggiata critica espositiva permanente tra modelli pilota progettuali, edilizi così come di spazio pubblico, evidentemente sconsigliavano una maggiore aderenza al modello socio-urbanistico secondo cui esiste un forte nucleo identitario collettivo centrale, un common fisico e spirituale insieme, composto da scuole, luoghi di riunione, ambiti di rappresentanza vari, servizi.

Così, pur molto identificabili in una certa unitarietà strutturale se si osservano in planimetria, questi elementi risultano isolati e sparpagliati all’osservatore casuale e forse ancora di più al cittadino comune a cui sarebbero in teoria più indirizzati, lasciando forse alla sola chiesa (a cui in seguito si è aggiunta la fermata della metropolitana) quel ruolo focale. E ridimensionando parecchio invece il particolarissimo messaggio di un altro, pur architettonicamente assai noto, componente: il Padiglione Triennale circondato dal Campo da Gioco per i bambini. Ci racconta lo stesso Piero Bottoni pochissimi anni dopo nell’opuscolo-catalogo del QT8: «Questo padiglione, costruito in occasione della 9° Esposizione (1951), serve a due distinte funzioni: 1 – Mostra permanente dei progetti, plastici, dati tecnici ecc. relativi allo sviluppo del Quartiere Triennale; 2 – luogo di eventuale temporanea riunione dei bambini ospiti all’annesso campo gioco nei periodi di cattivo tempo». Vale a dire, in altri termini, che il padiglione dalla caratteristica inconfondibile forma ad anello con copertura aggettante svolge la duplice funzione di luogo di incrocio delle varie generazioni del quartiere, caratteristica della neighborhood unit originaria, e di stimolo a una singolare forma di partecipazione urbanistico-identitaria, attraverso la mostra permanente dei progetti, che fanno capire meglio agli abitanti perché e come si trovano lì a vivere.

Si tratta, di una declinazione singolare, per quanto tardiva, dell’antico obiettivo del Wacker’s Manual concepito a Chicago per coinvolgere la popolazione nel Piano del 1909, e poi ripreso in Gran Bretagna nei primi anni ’20 da Patrick Abercrombie per i programmi delle scuole superiori: l’urbanistica, l’abitare consapevole, spiegato anche tecnicamente ai cittadini sin dall’infanzia, perché interagiscano al meglio con gli spazi contribuendo ad aumentare la loro qualità e prestazionalità. Nodo centrale, questo Padiglione Triennale, perché incrocia direttamente il percorso di riflessione di un altro giovanissimo architetto già attivo sia nel disegno originario del QT8 (progetti non realizzati) sia nell’organizzazione della Mostra a cui corrisponde il medesimo padiglione: Giancarlo De Carlo. Il quale sta certamente già riflettendo sulle teorie di partecipazione architettonico-urbanistica bottom-up che contribuiranno negli anni successivi, per esempio, alla redazione dello storico Rapporto Skeffington, dove si incrociano gli aspetti puramente pedagogici delle mostre di progetti, a quelli democratici di un coinvolgimento attivo dei cittadini nelle decisioni sulla propria vita quotidiana, anche determinando le forme abitative.

Sono queste le premesse essenziali, di ordine sia storico, che estetico, che socio-politico, all’idea recente di riuso del complesso Padiglione-Campo Giochi, dopo decenni in cui tutte le funzioni originarie (complice anche, forse, l’isolamento spaziale sottolineato sopra) del complesso si sono perdute. L’ex edificio identitario-espositivo è stato assegnato al momento a un gruppo scout che lo utilizza per le proprie attività e garantisce presidio e manutenzione, e quindi perde così gran parte delle potenzialità rappresentative-partecipative originarie, pur mantenendo un uso coerente di tipo sociale. Considerata obsoleta anche la funzione del campo giochi, con attività e strutture disponibili realizzate in ambiti adiacenti molto più spaziosi e adeguati, si è pensato a una riqualificazione «a verde» che però tenga conto del disegno formale del progettista, semplicemente reinterpretandone le funzioni. Perché non farci degli orti? Apparirebbe davvero invasiva, una serie di aiuole semirurali classiche in un ambiente pensato come squisitamente urbano, incoerente sia con l’idea originaria del progetto, sia con le forme planimetriche coordinate al caratteristico edificio centrale. Ma forse è l’idea stessa di «orto» a prestarsi a interpretazioni molto innovative, di questi tempi.

In realtà il piccolo ex campo giochi si presta in modo molto coerente alle intenzioni originarie, alla conversione a orto urbano. Non solo come generico spazio per il tempo libero a rispondere a bisogni diversi degli abitanti, ma in quanto interpretazione aggiornata dei medesimi obiettivi di «riurbanizzazione e modernizzazione» che erano alla base del Quartiere Sperimentale e dell’INA-Casa entro cui si colloca, molto ben rappresentata del resto anche dall’innovativo edificio razionalista di Lingeri-Zuccoli che condivide il medesimo lotto. La nuova destinazione agricolo-urbana, però, deve innanzitutto seguire le linee organizzative formali stabilite dal progetto originario e coerenti col contesto, ovvero non configurarsi come intrusione di campagna, stridente con lo spazio della via e del resto del lotto. Ciò è possibile e auspicabile non immaginando tanto un tradizionale orto urbano modellato su «quello del nonno», per aiuole in fondo commisurate a necessità e consumi della locale famiglia allargata, ma conferendo come si addice al QT8 una natura «sperimentale» anche a queste colture urbane dimostrative e didattiche del terzo millennio.

Foto F. Bottini

L’orientamento tecnico-colturale sarà caratterizzato vuoi da specie esotiche alimentari non ancora comuni nei consumi quotidiani, vuoi da piccoli ambienti a clima controllato o idroponia ecc. Una opzione che per giunta molto bene si adatta alla necessità di rispettare l’organizzazione planimetrica originarle, seguendone le linee con le aiuole, le strutture, l’irrigazione, i percorsi, le eventuali depavimentazioni e/o cassoni rialzati. E il riferimento partecipativo, implicito da sempre a quello spazio, qui diventa coinvolgere nella specifica progettazione attività e gestione dell’orto sperimentale, soggetti interessati proprio a questo tipo di innovazioni, giovani, scuole, magari qualche gruppo tematico. Mentre i residenti di vicinato con idee di colture per la famiglia più tradizionali possono molto comodamente, così come le altalene dei bambini, trovare una propria più adeguata collocazione altrove senza alcuna difficoltà. L’ex campo giochi si qualifica in questo modo molto coerentemente come Urban Room di vera e propria progettazione partecipata della città futura.

Riferimenti:
Tim Dixon, Lorraine Farrelly, Urban rooms: where people get to design their city’s future, The Conversation, 18 gennaio 2019

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