Immigrazione, povertà, sprawl

poor cottages

Foto J. B. Gatherer

Come si era più o meno intuito da tempo, la cosiddetta resistenza culturale alle migrazioni planetarie pian piano si sta rivelando per quel che è: una sorta di nimbismo collettivo inconscio, ovviamente articolato su vari piani, dall’ambientale al sociale, al consumistico, all’identitario. Del resto non è un caso se sono proprio i luoghi del culto di identità e ambiente tradizionale, ad esprimere contemporaneamente la duplice diffidenza per le trasformazioni fisiche e sociali. Ce l’ha raccontato qualche anno fa nel caso americano Rich Benjamin col suo Searching for Whitopia (Hyperion 2009), quel confondere per nulla contraddittorio le politiche locali «di sinistra» per il contenimento del consumo di suolo o le emissioni di gas serra, con quelle di estrema destra che respingono in un modo o nell’altro nella segregazione sociale ed economica i nuovi venuti di qualunque etnia. La segregazione, la mancata integrazione, poi, sta anche alla radice di un’altra cosa, apparentemente priva di collegamenti: la dispersione urbana o sprawl.

Corsi e ricorsi

La questione attuale nasce dalla segregazione urbana originaria, quella dei quartieri omogenei per funzione, fascia sociale, composizione familiare, e tipo edilizio. A cui si aggiunge, farina del diavolo, il famoso libero mercato (assai pompato dagli agenti immobiliari di tutti i tempi) nella forma del «vicino affidabile che garantisce stabilità all’investimento». L’omogeneità si estende così fatalmente al colore della pelle, comprese altrimenti impercettibili sfumature, che il mercato come un ritocco photoshop si fa carico di evidenziare e «valorizzare». La segregazione urbana a sua volta produce quella territoriale, che ne è una versione ancor più perversa e dilatata, un vero e proprio universo stupidificato dai medesimi criteri di riduzione artificiosa all’omogeneità assoluta, il cui unico collante finiscono per essere dollari e petrodollari (cambiate pure a piacere valuta e carburante). Ovvero enormi bolle autosufficienti soprattutto a parole, dentro le quali provare la soddisfazione di riconoscersi uguali, ma fuori dalle quali si deve andare a cercare quasi tutto, perché la vita sta come noto nella diversità. Salvo la stranezza percettiva, secondo cui fino a pochissimi anni fa anche gli studiosi ritenevano che per motivi oscuri al diminuire delle densità aumentasse il chiarore della pelle e il reddito medio. Finalmente qualcuno si è fatto carico di dimostrare che era una sciocchezza: dentro quel territorio dello sprawl segregato ci stanno anche povertà, disagio, diversificazione etnica e razziale, culturale. Solo, appunto, sono segregati e «invisibili», connessi esclusivamente attraverso canali economici e di potere.

Perché i profughi non restino tali in eterno

E in effetti perché ci si dovrebbe stupire, se in una lottizzazione di villini sgarrupati e senza alcuna piacevolezza, visto che attorno qualcuno ci ha messo sterpaglie e sparsi capannoni di attività sgradevoli, ci abitano poveracci che non possono permettersi di meglio. E non potendo contare su niente più della solidarietà familiare e amicale per sopravvivere, di preferenza si raggruppano omogeneamente per provenienza etnica, o addirittura regional-paesana. Autosegregazione non è meno segregazione, e non meno impattante da una miriade di punti di vista. Oggi si riconosce (ed era quantomeno ora) che i grandi flussi migratori dai paesi poveri verso l’occidente stanco e postindustrializzato non sono cosa del momento, ma destinati a durare molto a lungo. Si riconosce anche, che nelle zone centrali metropolitane si iniziano a formare delle specie di inner cities anomale, anomale in quanto assai diverse dalla forma antica assunta da questo tipo di quartieri, ma che ne riproducono esattamente le medesime dinamiche. Non è difficile immaginarsi in tempi brevissimi anche il replicarsi dell’altra dinamica dispersiva, senza attendere il paio di generazioni che ci è voluto per il suo manifestarsi «naturale» novecentesco. E allora iniziamo seriamente a ragionare: vogliamo che si riproduca anche nelle città, e poi peggiori nello sprawl suburbano, la segregazione che i profughi hanno sperimentato su canotti e furgonicini nel loro infinito viaggio della speranza? Ovvero che la loro e nostra speranza affoghi nel mare della banalizzazione «di mercato». Per poi magari chiamare l’architetto o il poliziotto di grido a risolvere il problema periferie allargate? Pensiamoci per tempo, perché i segnali ci sono già tutti, compresa la segregazione dei cervelli, fra solidaristi, celoduristi, estetisti, identitaristi e chi più ne ja più ne metta.

Riferimenti:

Jane Paulick, Why the refugee crisis calls for imaginative urban planning, Deutsche Welle (En) 5 settembre 2015

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