L’erba del vicino è dipinta di verde

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Foto M. B. Fashion

Da un secolo e più il vero simbolo della casetta o casona in proprietà è quella prospettiva che dalla strada principale inquadra l’ingresso. Dove si è optato per una recinzione a muro o a siepe, bisogna superare il cancello per vederla spalancarsi davanti: che siano pochi metri o una più monumentale imitazione di reggia barocca, l’idea è sempre quella, ovvero mettere l’intonaco della casa padronale a risaltare sullo sfondo del verde scintillante di un prato. Non è certo un caso se fra i più rigogliosi mercati indotti dalla suburbanizzazione c’è quello di sementi, fertilizzanti, o prati tipo moquette già pronti per la posa, per non parlare delle falciatrici, che nel bel film Radiant City dedicato al suburbio sono addirittura le protagoniste di un musical ballato e cantato spingendole sul palco.

Ma adesso c’è il cambiamento climatico, tra l’altro ci dicono certi scienziati (sbeffeggiati dalla destra villettara) spinto soprattutto dalle emissioni dei veicoli che tanti eroi usano ogni giorno per fare qualunque cosa, nonché delle falciatrici a motore, dei soffia-foglie a motore, del pettine tosasiepi a motore, del trita rami a motore … Col cambiamento climatico la siccità picchia duro, e ci sono decine, centinaia di amministrazioni locali costrette a chiudere i rubinetti dell’altro classico marchingegno da villettopoli, ovvero l’irrigatore a pioggia, vuoi a forma di anonimo spruzzo alla fine di una canna di gomma, vuoi in versioni più elaborate, come quei nanetti di Disney dove l’acqua entra dal sedere per rispuntare vaporizzata dal cappuccio. Niente più Brontolo rinfrescante per i prati suburbani, e inevitabile arriva l’effetto savana, ciuffi secchi, colore giallastro, il gatto Fufi che seduto là in mezzo pare una leonessa in agguato edizione tascabile. Orrore! (il colore giallo, non il povero Fufi sempre bello ‘a mamma sua).

E pensare che negli anni ’90 all’esordio del new urbanism il progetto dello studio DPZ per il villaggio vacanze di Seaside in Florida, quello poi usato come set nel film Truman Show, si era proprio progettato tutto il verde, privato e collettivo, non solo prevedendo eventuali siccità, ma dando per scontato che l’acqua è meglio usarla per qualcosa di più intelligente. Perché piantare essenze d’erba esotiche, magari deboli e facilmente attaccabili dai parassiti, quando ci sono tantissime varietà locali, adattate al clima, resistenti, e magari molto più belle? Erba, arbusti, cespugli, alberi maturi, si può usare di tutto, e i giardini saranno egualmente gradevoli, ma molto meno delicati e dipendenti da cure artificiose. Macché. Certo manierismo da quattro soldi è duro a morire, tutti di corsa a comprarsi il tipico prato da dune del Dorset o dei dintorni di Tipperary nella verde Irlanda, per poi lavorare come schiavi (o far lavorare qualche poveraccio senza permesso di soggiorno) dopo averlo messo a dimora in un clima semidesertico da tutt’altra parte. Ma senza l’acqua, puoi romperti la schiena finché ti pare, il prato esotico secca come un baccalà al vento.

Però le vie dell’imbecillità sono infinite, anche più di quelle del Signore e della Signora messe insieme. Qualche giardiniere imbianchino, o viceversa, ha messo a punto una comodo tintura verde per prati morti. Che restano stecchiti, beninteso, ma l’effetto per chi non va troppo per il sottile è garantito. La magione familiare spiccherà in trionfo su sfondo verde brillante in fondo al vialetto. Ci vogliono mano esperta, prodotti adatti, e l’operazione non costa mica poco, un paio di euro o dollari abbondanti al metro quadro circa, a sentire le indagini sul campo commerciale. Non conveniva proprio, con tutti quei soldi, ripensare al modello di giardino, o semplicemente al tipo di prato? Evidentemente no: si tratta di resistere, resistere, resistere, poi tutto tornerà come prima, quegli scienziati comunisti la pianteranno col cambiamento climatico, e la Mano Nascosta tornerà al lavoro nell’ordinare l’universo.

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