Nuove professioni urbane: il figurante folk

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Foto J. B. Gatherer

A quanto pare, anche il classico percorso della gentrification di grandi e piccole zone centrali urbane è diventato velocissimo: la comunità dei colonizzatori originali non riesce neppure a consolidarsi, che già arrivano le promozioni immobiliari del quartiere poeticamente caratteristico, cacciandoli via. Sul fatto che il futuro del pianeta sia urbano, nessuno pare avere alcun dubbio. Un dubbio sorge però immediatamente dopo: su cosa diavolo significhi l’aggettivo «urbano» non è d’accordo praticamente nessuno, a partire da quegli architetti che con un briciolo di spudoratezza parlano di «esperienza urbana» appena a un edificio se ne accosta un altro diciamo a portata d’occhio, anche se si tratta di un paio di padiglioni commerciali affacciati su un parcheggio. A chiarire meglio la questione ci pensano però per fortuna – involontariamente, ovvio – gli stessi che alimentano il pasticcio, ovvero i paladini dell’urbanizzazione intesa come pura trasformazione edilizia e infrastrutturale, del tipo che produce la «esperienza urbana» di cui sopra: distese di villette organizzate in baccelli chiusi da un lato, e lungo una infinita superstrada le strisce commerciali, i parchi industriali e i complessi per uffici. Si tratta del modello suburbano classico, da cui a quanto pare via via stanno scappando in tanti, salvo quelli (e sono pure loro tanti) che non se lo possono permettere, o i pochi veramente convinti di quanto è bella quella roba. Ma dove vanno a finire i flussi di chi se ne va, o cerca da subito una sistemazione diversa?

Visto che la risposta è ancora la città, a questo punto si scioglie anche il quesito iniziale. Il modello di riferimento per tutti è la città «pasticciata» un po’ alla Jane Jacobs, ovvero che unisce da un lato alcuni elementi della metropoli moderna, dall’altro quanto in genere cerchiamo soprattutto nei centri storici, ovvero una certa stratificazione, complessità, anche contraddizione, perché no. Caratteri del genere variano, anche molto, da un contesto all’altro, ma gli ingredienti base sono multifunzionalità, relativa prossimità, intrecci sociali ed economici, specificità spaziali e identità. Il processo attraverso cui si formano spazi e intrecci del genere è quello – inevitabile – della stratificazione successiva: progetti individuali e non che si accumulano nel tempo, qualcuno resta, altri si modificano, altri spariscono per lasciar spazio a nuove idee. Proprio le critiche ai grandi piani del razionalismo novecentesco, nelle varie forme assunte di qua e di là dall’Oceano, sottolineavano la difficoltà di adattare quegli spazi astratti all’indispensabile processo di stratificazione che produce la città autentica. Che si trattasse del quartiere terziario rappresentativo, o del complesso di case economiche, l’architettura e l’urbanistica delle avanguardie novecentesche (in tutte le loro forme anche molto addomesticate) con la pretesa di adattare la macchina urbana ad una pretesa civiltà meccanica, produceva da un lato contesti sterili, dall’altro apriva la strada a forme di colonizzazione piuttosto perversa, sino al degrado che oggi ben conosciamo nelle varie polemiche sugli «alveari di periferia».

Ecco insomma chiarito che genere di spazio in linea di massima cerca il cliente contemporaneo della città, quello che via via il mercato immobiliare classifica come classe creativa, o famiglia senza (o senza più) figli ecc. Manca qualcosa? Certo che si, perché così ci sarebbe una specie di suburbio ad alta densità. Manca tutto il resto, quello che fa di un quartiere un ambiente vitale, dai residenti di vecchia data che sono anche gestori di qualche attività economica, agli immigrati che ne inventano di nuove, agli spazi in animazione sospesa che trovano funzioni magari in bilico, ma tali da aggiungere altra vitalità. Tutte cose che ovviamente interessano assai poco agli immobiliaristi (e sono addirittura detestate da certi reazionari che sognano una città da cartolina senza alcun problema) ma che prosperano per via di un fattore essenziale: il tempo. Cioè, la vita del quartiere, della città, ha anche ritmi di metabolismo assai più lunghi di quelli dell’individuo, della famiglia, dell’impresa. Arrivo in città senza un lavoro fisso, ma posso trovare uno spazio in affitto a poco prezzo in un immobile che sta lì ad aspettare di essere ristrutturato, o addirittura demolito. Passano gli anni, e per qualche motivo tutto resta fermo dal mio punto di vista, posso anche affittare un altro spazio al pianterreno perché insieme a un parente ci metto una bottega laboratorio che mi dà da vivere. Ce ne sono migliaia di persone in condizioni simili nella zona: una specie di precarietà del tutto accettata come normale, perché ha tempi appunto accettabili e normali.

C’è poi un altro noto fattore di trasformazione, in fondo assimilabile a questa generale precarietà accettata, ed è quello della cosiddetta bohéme. Ne abbiamo visti centinaia di casi del genere, quando insieme agli abitanti originari e di nuova immigrazione in un quartiere o città si mescolano artisti, o tutto quanto possiamo definire classe creativa senza alti redditi (perché quella teorizzata da Richard Florida e amata da certi sviluppisti locali, oggi col nomignolo «yuccie», ha un conto corrente decisamente corposo). Sono anche loro giovani, single o coppie, spesso senza figli, ma soprattutto tendono a svolgere attività qualificanti, che ne attirano altre. L’aggettivo qualificante vuol dire dare identità agli spazi, qualità, che poi si traduce in nuova capacità di attirare altri, e qui scatta la cosiddetta gentrification: perché, pensa il mercato immobiliare, lasciar sprecata tanta potenziale ricchezza? La bottega del pittore, o anche del falegname, fa immagine, basta ripulirla un po’, e naturalmente moltiplicare parecchie volte il prezzo al metro quadro dell’edificio da cui la si guarda. A volte anche gonfiare il volume, di quell’edificio, per sfruttare al meglio il panorama. È successo un sacco di volte, succederà ancora, ovunque, ma adesso sta accadendo qualcosa di nuovo e piuttosto inquietante. La logica della speculazione finanziaria ha evidentemente travolto anche questo genere di mercato, tendenzialmente azzerando il fattore tempo, ovvero quanto consentiva una precarietà accettabile.

Per dirla con l’inventore del cyberpunk William Gibson, ««Authentic subcultures require backwaters, and time». La citazione di Gibson è tratta dalla sua prefazione a un libro sulla sostanziale scomparsa di un intero quartiere newyorkese, quello di Williamsburg a Brooklyn, a partire dalla metà degli anni ’90. Oggi di quel pezzo di città non resta più che la caricatura, con le solite facce e facciate trendy, ovvero la sterilizzazione a opera del mercato immobiliare e di ciò che ne segue. Occhio alle cifre: non quelle delle valutazioni al metro quadro o dei conti del ristorante, ma alle date. Metà anni ’90 e il quartiere è ancora una di quelle utopie urbane dove creativi squattrinati si costruiscono faticosamente una comunità, magari sgangherata e con aspetti tragici, ma vitale. Dopo quindici anni non ce n’è più traccia: cancellato retroterra e tempo. La città degli immobiliaristi con strumenti del tutto diversi riproduce il medesimo effetto devastante dello urban renewal autoritario che stava dietro ai progetti dei razionalisti. Con un’aggravante, ovvero che l’urbanistica modernista aveva fini di eguaglianza sociale, per quanto perseguiti con strumenti culturali inadeguati, come si è capito dopo. Oggi invece gli investitori hanno un solo obiettivo, quello di riempirsi le tasche, e magari poi mollare a destini ancora peggiori (chissà) i giovinotti elegantoni a cui hanno alleggerito il portafoglio.

In sostanza, e in modo strisciante, il processo che innescano gli speculatori contemporanei non solo riproduce la brutalità sociale degli sventramenti ottocenteschi o dei rinnovi urbani razionalisti novecenteschi, ma da un lato la gentrification pilotata non ha alcun obiettivo urbanistico condivisibile, dall’altro si è adottato il medesimo criterio della speculazione finanziaria, di tendenziale azzeramento del tempo. Un po’ come se, per motivi di pura bottega, il mercato ci vendesse un respiratore subacqueo che si esaurisce prima che possiamo tornare a galla, col sostegno pure entusiasta di certa politica che vede in ciò il nuovo volto dello sviluppo … Pare esagerato, ma il paragone mi pare del tutto lecito. E proprio la politica dovrebbe essere chiamata in causa, a capire che se il mercato è questo, allora non si può abbandonare la città al mercato, a rischio di affondamento definitivo. Non esistono solo le quotazioni immobiliari, ma le persone in carne ed ossa, che sinora sono anche riuscite a adattare il proprio tempo biologico a queste fluttuazioni: non più, a quanto pare.

Artisti, immigrati, residenti storici di un’area, non possono ridursi a figuranti dello spettacolo promozionale messo in onda dagli speculatori, dal titolo «un angolo da sogno nel caratteristico quartiere». Per il semplice motivo che quel quartiere non esiste, e non esisterà neppure troppo a lungo neppure la sua immagine falsa. La città non è un albergo, ma rischia di diventarlo se abbandonata a questi meccanismi, senza alcun correttivo e intervento pubblico. Sinora oltre ai tempi ragionevoli ha funzionato l’ammortizzatore dell’espansione fisica per anelli concentrici, ma specie nella densa Europa il tema della sostenibilità ambientale e del risparmio di risorse, suolo incluso, mette automaticamente un limite a questo modello di sub urbanizzazione. Se il futuro è urbano, insomma, bisogna come detto all’inizio chiarire cosa significhi questo aggettivo, e sicuramente non può voler dire flash gentrification nel segno degli immobiliaristi. Finirebbero per crepare anche loro, in un bel flash inatteso, mentre brindano ai nuovi successi.

In questo stesso sito vedi anche, sul medesimo argomento: Michele M. Monte, Irene Ranaldi, «Gentrification in parallelo»

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