Manuale di autodifesa dai veri cementificatori

aiazzone

Foto F. Bottini

Chi pratica il business as usual, sia per vera convinzione, o per pura apatia, o perché ci fa sopra il suo business, davanti a qualsiasi grande NO di principio ha buon gioco ad aspettare un pochino, e poi rilanciare come se non fosse successo nulla. Prendiamo la grande questione emersa nell’ultimo decennio circa, quella del consumo di suolo agricolo e naturale per funzioni urbane, spesso organizzate nella micidiale forma dello sprawl. Cos’è accaduto spesso? Che a tutti i livelli, di sostanza e soprattutto di comunicazione, non si è quasi mai data la precedenza all’esposizione di vere attraenti strategie alternative globali, ma al classico NO, espresso vuoi nella forma dell’opposizione ambientalista a questo tipo di forme insediative e relative infrastrutture, vuoi in certe strategie pubbliche di contenimento significativamente etichettate dagli stessi proponenti, e con orgoglio, crescita zero. Il che forse farà felici piccoli sparuti gruppetti di militanti ideologizzati, ma allontana la gran massa di chi vorrebbe, dovrebbe, poter intravedere qualcos’altro.

Si tratta di un tipo di atteggiamento debole, come hanno da tempo scoperto molti studiosi schierati dalla parte degli “sviluppisti”, che non impiegano molto a mettere pubblicamente a nudo certi aspetti stravaganti dell’opposizione ambientalista e sociale alla dispersione, sottolineandone una quasi costante: non si fanno più di tanti proseliti, salvo gli sparuti gruppetti di militanti o interessi direttamente colpiti. Mica male come fallimento. Ma gli avversari servono anche a questo, se li si sa considerare in positivo, a mettere in luce le nostre debolezze. Proprio la ricerca di proselitismo ideologico, su singole e discutibili questioni molto teoriche, è il punto debole della proposta anti sprawl. Quanto chiamiamo sprezzantemente sprawl, sanno bene gli studiosi schierati ma dovremmo capire sempre anche noi, per ci sta dentro si chiama vita.

E parlando di vita, pensiamo a quelle ultime generazioni che iniziano ad affacciasi alla vita adulta, quelle che esprimono anche stili di vita e consumo tali da mettere in crisi la filosofia suburbana classica. Non sognano in massa di prendere la patente, non sognano in massa la casa in proprietà, non sognano indistintamente le forme di socializzazione dei loro padri e nonni da tavernetta, barbecue o centro commerciale, amano spazi collettivi metropolitani e aggeggi elettronici da cinquanta grammi che fanno superare virtualmente le distanze senza imboccare dieci corsie di autostrada su una tonnellata di lamiera. Orrore, per chi considera la vita sinonimo di villetta con giardino dove parcheggiare moglie tre figli al minimo, e usarla come base di partenza per i consumi del weekend! E speranza ovviamente per chi ha imparato a individuare (abbastanza seriamente anche se non tagliando con l’accetta) quegli stili e aspettative come micidiali per l’ambiente e la convivenza.

Ma i famosi interessi costituiti sanno mantenere la calma, aspettare l’errore del risibile avversario, che a parer loro (piuttosto fondato, questo parere) vive su una nuvoletta senza i piedi per terra. Aspetta che ti aspetta, i puponi usciti del tutto dagli strascichi adolescenziali dovrebbero rientrare prima o poi nella cosiddetta normalità, manifestando un po’ di interesse in più per la patente, la casa in proprietà, la macchina … La conclusione dei faziosi e interessati teorici del suburbio infinito, la si potrebbe stampare a sottotitolo di tanti luoghi comuni: cari ragazzi, benvenuti nella vita reale, sembra dura all’inizio, ma vedrete poi che belle soddisfazioni! Un genere di saggezza da parroco di campagna alla Don Camillo, con gli ambientalisti implicitamente relegati nella parte del Peppone buono ma scemo, con idee magari benintenzionate ma campate per aria.

Però se vogliamo è abbastanza acile scoprire gli altarini della sprawl gang, se si sa osservare in controluce il loro sedicente buon senso. Che è successo agli esemplari più adulti dell’ultima generazione? Facile, sono entrati nella fase socialmente riproduttiva, ovvero dei figli con carriera eccetera. E cosa scoprono, in gran parte? Che il famoso mercato non consente loro quasi mai di continuare certi stili di vita troppo rapidamente classificati come tali da certa critica: non si trattava di veri e propri stili di vita perché non erano in grado di definire una vita, solo di mode o comportamenti di consumo effimeri. Che altro è un quartiere urbano con appartamenti da venti metri quadrati, lavoro in coworking un po’ stressante e senza orari, spostamenti continui ma limitati a quell’ambiente abbastanza claustrofobico, e come alternativa una spesa inarrivabile? Se ne sono accorti rapidamente anche i teorici di certa gentrification benevola, che i benefattori dei quartieri degradati erano reali tanto quanto le modelle che fanno passerella: presenze fisiche e tangibili, ma dopo cinque minuti costrette a tornare in camerino e abbigliarsi per il mondo reale dove piove e ci sono i gradini.

Tornando nel vivo dell’insediamento urbano, se ci si sposa il quartiere dei miniappartamenti non funziona più. E di fianco con ogni probabilità (se le trasformazioni non sono state pianificate, come non lo sono mai) non ce n’è un altro economicamente abbordabile, bisogna cambiare lavoro e spostarsi altrove, il mercato offre quasi solo il modello villetta autostrada barbecue centro commerciale. Anche chi resiste è costretto a cedere ad esempio se arrivano i figli: difficile trovar posto in una delle poche scuole urbane adatte, e il verde, e i servizi? Tutto tagliato su misura, sempre che esista, per soggetti ed esigenze che non sono quelle di un ragazzo moderno, meglio ripiegare sulla certezza suburbana, magari non è quello che ci si aspettava, ma non c’è alternativa. Ecco cosa succede, a tutti quei ragazzi, arruolati per amore o per forza nell’esercito dei suburbanites futuri protagonisti di corna coi vicini, ingorghi di traffico, pillole anticolesterolo da barbecue del sabato eccetera. E la domanda, forse da porre ai tanti paladini in ottima fede del ciclismo a oltranza, o della difesa dei paesaggi a prescindere, della chiusura di tutto e sempre perché ci sono in ballo i diritti di chi ci lavora, chissà che fanno gli altri … ecco, tutti questi che hanno da dire? Che stile di vita offrono, tale da attirare giovani, intelligenti, ambiziosi, gente che vorrebbe investire energie, soldi, aspettative in qualcosa? Gli si chiede di firmare una cambiale in bianco per il “nuovo paradigma”. Diciamocelo: è già un miracolo che non ci prendano a calci per strada. Bisognerebbe capire tutto questo, e poi tornarci sopra.

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