Una città giardino per il terzo millennio?

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Foto F. Bottini

Quando Robert Owen all’alba dell’industrializzazione moderna tiene il suo discorso del 1816 agli abitanti operai di New Lanark, forse è consapevole di fondare quello che poi si chiamerà il socialismo. Sicuramente cerca, in modo abbastanza sistematico, di superare il limite spontaneo ma irrimediabilmente scimmiesco dei luddisti, quando esasperati dal ritmo della macchina imposto alla vita dell’uomo non trovavano di meglio che farsi prendere da isteria animale, e sfasciare i telai meccanici, strumento di oppressione. Coglie bene, Owen, la mica tanto sottile differenza fra oppressione e strumento di oppressione, ovvero fra fini e mezzi per raggiungerli, ad esempio quando dice: «Utilizzando metodi adeguati, è possibile migliorare, o peggiorare, le condizioni di qualsiasi comunità, anche di tutto il mondo volendo». L’industriale riformista forse non ha ancora colto sul serio il senso completo delle sue intenzioni, che si manifesterà più tardi abbandonando proprio la comunità locale di New Lanark e il suo «capitale fisso», sociale e non, a favore di un nuovo contesto chiamato New Harmony. Perché la comunità non è fatta solo di valori, di relazioni, di immaginario creativo, ma anche di equilibrio con suo ambiente, lo stesso equilibrio infranto dal capitale quando aveva strappato i contadini dal loro «idiotismo della vita rustica», al quale i luddisti ambivano evidentemente a tornare facendo a pezzi i telai, ma di nuovo confondendo i fini coi mezzi.

La città giardino che non si chiama così

Quella che Owen cerca è in fondo la città giardino, anche se non la chiama ancora così: equilibrio tra valori di giustizia, eguaglianza, libertà, nonché contesto fisico ambientale ideale per svilupparli nel tempo e a favore delle generazioni future. Il concetto, di origine biblica, viene però (sempre la distinzione, più o meno consapevole, tra fini e mezzi) interpretato legittimamente da altri a proprio uso e consumo. Non è un caso che in tempi moderni, giusto mentre il paleosocialista fa i suoi esperimenti urbano-rurali a New Harmony, Indiana, solo qualche centinaio di chilometri più a nord e oltre il confine dell’Illinois, ad altri venga in mente di inserire la Città Giardino in uno stemma ufficiale comunale. Sono i promotori della nuova circoscrizione urbana di Chicago, che sta crescendo a ritmi incalzanti grazie al ruolo di porta del West, ma che inalbera da subito nel 1830 il logo Urbs in Horto, città giardino appunto. I puristi potrebbero storcere il naso, all’idea che quell’ammasso di mattatoi per le mandrie che arrivano dal nodo cowboy di Dodge City, quella fucina infernale delle fabbriche Pullmann dove si massacrano gli operai, possa inalberare un vessillo del genere, ma tant’è. E una generazione più tardi, appena a est della brulicante Manhattan, toccherà a uno di quei capitalisti ferroviari col sigaro, l’immigrato re dei grandi magazzini Alexander Stewart, inventarsi la sua Garden City fresca fresca dal pacchetto azionario della Long Island Railroad, e dedicata alle eleganti mogli degli speculatori di Borsa a Wall Street. Commettono reato, gli amministratori di Chicago e il magnate di New York, usando quel marchio indebitamente? Certo che no: il concetto è di chi se lo prende, nessuno ne ha il monopolio: basta che ci siano le due variabili, natura e artificio, il resto è dialettica, sana contrapposizione alla ricerca di qualche futuro equilibrio.

La schiera infinita dei pretendenti aventi diritto

Così come sono città giardino a pieno diritto, quelle file più o meno carine di casette del paternalismo industriale, che dal XIX sino all’inoltrato XX secolo faranno finta, più o meno credibilmente, di cercare un equilibrio tra i fumi delle ciminiere e i cieli azzurri della campagna, mettendo spesso in secondo piano i diritti dei lavoratori, la cui liceità viene decisa volta per volta dal management aziendale (nel linguaggio di oggi: ce lo chiede l’Europa). L’industriale Lever del sapone che chiama nello stesso modo il suo prodotto per lavandaie alla Emile Zola, e il villaggio raccolto attorno agli impianti che lo producono; il monopolista Cadbury del cioccolato che addolcisce l’esistenza dei suoi dipendenti allontanandoli con le belle maniere dalle mille luci della metropoli tentatrice. Tutti perfettamente legittimi interpreti del concetto. Il merito autentico del riformista Ebenezer Howard, è quello di aver riportato dalla Chicago dell’emigrante pentito, oltre a quel marchio vincente, anche una piccola riflessione sull’altro equilibrio, ovvero quello tra mezzi e fini, ben chiarito nel logo grafico altrettanto vincente delle Tre Calamite. Sta lì, la sua grande idea: nell’aver rilanciato l’intuizione originaria di Robert Owen, indicando chiaramente e con linguaggio comprensibile anche ai semianalfabeti quale fosse la strada. E non è certo un caso se gli interpreti capitalisti-nobiliari-tecnocratici colgono al volo il rischio mortale di quell’idea. Emblematici i commenti contrapposti dell’anarchico Petr Kropotkin, e del borghesissimo Alfred Richard Sennett. Sennett pubblicherà pochissimi anni dopo un corposo volume, che contrappone all’utopia riformista un proprio «manuale pratico» su 500 pagine (contro lo scarno opuscolo così temuto) e che anticipa quell’idea di Town Planning in Practice del «rinnegato» Unwin, catapulta dell’urbanistica moderna, ma rinuncia alla spinta sociale in favore di qualche tetto spiovente con abbaino e basse densità standard. Kropotkin, coerentemente progressista tanto quanto lo era stato per altri versi Owen, coglie la debolezza ambientale tradizionalista del movimento, nel rifiuto delle innovazioni e del conflitto che sottende certe idee di decentramento e «ritorno alla terra»: perché invece non cercare ancora equilibrio fra Campi, Fabbriche, Officine?

Immersi in che cosa

Dopo la piccola e un po’ patetica vicenda della rapidissima santificazione e imbalsamazione di Howard, parrebbe che tutta l’immagine e sostanza della città giardino si sia sul serio rovesciata verso quel vernacolare architettonico delle ricerche giovanili di Unwin: viottoli serpeggianti, siepi che imitano in sedicesimo gli antichi confini dei poderi, addirittura le corti rurali reinterpretate in salsa reazionaria dalle gated communities, o l’aia comunitaria modernizzata nel modello automobilistico del cosiddetto Runcorn Layout ad affaccio ribaltato. Tutte città giardino certificate, a cui si aggiungeranno via via altre varianti, fino alle televendite notturne dei sogni immersi nel verde a una certa quantità di minuti dal centro, e relativo «sviluppo del territorio» indispensabile per la felicità di grandi e piccini, basta votare il candidato giusto. Salvo che il mostro delle terrificanti fucine demoniache temuto dai luddisti sbeffeggiati da Owen, in fondo esisteva davvero, e pare sia arrivato di nuovo, stavolta nella forma massiccia di cose come picco petrolifero, cambiamento climatico, crisi demografico-alimentare, urbanizzazione planetaria. E ancora una volta armarsi di mazza e sfasciare macchine scimmiottando il mitico Ned Ludd non ci servirà a nulla, anche nella versione virtuale di chi evoca l’altrettanto mitico passato, in cui antenati saggi sapevano riconoscere ciò che è giusto da ciò che non lo è. Balle: gli antenati, esattamente come noialtri, provavano nei casi migliori ad abbozzare qualcosa di credibile. Magari chiedendosi che diavolo di aspetto e sostanza avrebbe potuto assumere quella città giardino, o meglio quell’equilibrio fra natura, artificio, eguaglianza e libertà. Potremmo magari chiamarlo, oggi, un bilanciato rapporto fra spazio rurale e urbano, inteso sia nel senso ambientale che sociale (ed energetico, e tecnologico eccetera). Uno degli slogan, pare banale ma in fondo è così, si chiama vertical farm, che non assomiglia per nulla ai cottage degli antenati, ma perché dovrebbe? E perché dovrebbe invece avere caratteri innovativi, la speculazione periferica di una banca che occupa inopinatamente terreni e ci fa un quartiere-città da centomila persone? Eppure, finché non troviamo paradigmi diversi, non glie lo si può certo impedire: anche quella, come sempre ha diritto al marchio di «città giardino», basta mettere il cartello.

Riferimenti:
– Claire Provost, Loren Bienvenu, Why does Barclays want to build a city in the middle of the New Mexico desert? The Guardian, 19 maggio 2015
– Fabrizio Bottini,
Ideologia della Città Giardino (presentazione traccia di questo articolo, per il convegno Oltre la Città Giardino, Parma 2014)

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