Agricoltura urbana: ciò che ha senso e ciò che ne ha meno

orto

Foto F. Bottini

Ha suscitato una certa ilarità la presa in giro di Ermanno Olmi che, commentando il simbolico campo piantato in occasione di Expo in mezzo a un nuovo quartiere di Milano, citava il classico Mogol-Battisti di «Che ne sai tu di un campo di grano?». Verissimo, che sia la famiglia del Qatar proprietaria del citato premiatissimo quartiere, sia probabilmente tutti i progettisti e promoter coinvolti nell’iniziativa, ne sanno poco o nulla dei campi di grano, però anche noi non scherziamo affatto, e quindi quella cosa sarebbe da prendere, com’è, alla stregua di una specie di promemoria, tutto lì, e provare a osservarne davvero le qualità. Perché come già accaduto col dimenticato precedente delle spighe di volute dal fascismo a poche centinaia di metri da lì, davanti al Duomo, per la sua Battaglia del Grano, anche qui siamo al massimo di fronte a un manifesto programmatico vivente, da non scambiare con altro, ma da provare a interpretare per quel che ci può dire, evitando magari quella specie di cinismo adolescenziale che ci fa liquidare tutto quanto non gradito con un’alzata di spalle e uno sfottò via social network.

La città

Se guardiamo un istante quello spazio, quella «installazione vivente», saltano all’occhio almeno un paio di cose che la nostra rapida liquidazione aveva lasciato scorrer via come acqua fresca: cosa c’è lì, e cosa potrebbe invece esserci. Ci sono dei grattacieli prevalentemente a uffici, ma anche edifici residenziali di media altezza, oltre ad altri quartieri fittamente abitati negli isolati oltre l’affaccio immediato. E in mezzo quelle poche decine di migliaia di metri quadri, col campo di grano e in un angolo un orto, questo di media grandezza rispetto a quelli classici del nonno, comunque minuscolo. Il tutto è sproporzionato a qualunque idea di autosostentamento (fosse pure di sola farina di frumento insalate e carote) anche di uno dei palazzi affacciati. Ma c’è un altro aspetto che forse sempre la nostra risatina ironica aveva accantonato, ed è quello che normalmente ci sarebbe lì invece del campo di grano e dell’orto dimostrativi: un parco o giardino davvero disponibile per la città, con alberi, percorsi eccetera. Poi possiamo anche discutere di che genere di parco, tipi di essenze, biodiversità, fruizione, collegamento a rete con altri spazi analoghi, ma resta il fatto che quel tipo di uso agricolo ne preclude altri, che sarebbero più urgenti in senso di qualità dell’abitare. Certo resta la funzione ecologica del verde comunque inteso, ma è improbabile che un campo di grano possa ragionevolmente coincidere con una passeggiatina nella pausa pranzo, le panchine, gli stessi alberi, o un orto coi bambini in monopattino. E qui casca del tutto l’asino dell’agricoltura urbana invece della città: una agricoltura realmente urbana deve far parte integrante della città, e al tempo stesso dare un contributo non simbolico al bilancio alimentare.

La città-campagna

L’agricoltura da sempre ha “risolto” questo problema semplicemente uscendo dalle mura urbane, in territori dedicati alla propria economia ed ecologia, nonché ad un proprio modello sociale e insediativo. Con il famoso superamento della quota 50% di popolazione planetaria insediata nelle città, e col resto a quanto pare ansioso di seguirne l’esempio quantomeno riguardo a stili di vita, aspettative, qualità, l’idea di allontanare sempre più questa specie di nuova frontiera delle colture alimentari trova già un primo ostacolo diciamo così sociale. Poi c’è quello di tipo energetico ambientale specifico dell’agricoltura industrializzata, nell’epoca del land grabbing (che non è solo un problema di giustizia e politico) e di fatto dell’assimilazione di tutto il sistema a una gigantesca macchina autoreferenziale dominata dalla finanza. Fra le due più interessanti risposte alternative a questo modello, dal punto di vista dell’assetto territoriale, si possono citare qui quelle del cosiddetto km0 e delle tecniche di produzione biologiche, entrambe legate al superamento delle distorsioni indotte dalla cosiddetta «rivoluzione verde» del XX secolo, appunto quella che inizia l’accorpamento del settore a logiche tecniche e organizzative cresciute nella rivoluzione industriale: artificializzazione, globalizzazione, forte uso di energia, e infine finanziarizzazione. Ora: è certo che classicamente rinviare a un «nuovo paradigma» qualsivoglia la risoluzione di contraddizioni di questa scala, può soddisfare qualcuno in cerca di consenso, ma per restare un pochino più terra terra magari proviamo a delineare in pochissime parole quale sarebbe lo scenario che ci suggerisce quel campo di grano con orto piantato per Expo. Ci suggerisce, né più né meno, di provare a riformulare quell’idea di town-country che sta nella terza calamita del logo città giardino, ma stavolta nulla a che vedere coi villini dal tetto spiovente, o sogni agresti improbabili (insistere è farsi del male) nel pianeta delle megalopoli. A chi si occupa di territorio restano in eredità vecchi modelli, mentre se ne aggiungono altri introdotti dall’innovazione scientifica e tecnologica, da non liquidare con una ennesima alzata di spalle. Brevemente: l’idea di green belt metropolitana, nell’accezione intuita da Patrick Geddes all’alba del ‘900 e sviluppata in seguito, concettualmente estesa all’obiettivo del km0 oltre la semplificazione solo urbanistica dello urban growth boundary privo di bilanci alimentari; la nuova idea di infrastrutture verdi che mescolano all’antico modello della fascia o cuneo verde sia l’idea di rete continua, sia un ruolo anche ingegneristico all’interno del metabolismo urbano, e che una attenta gestione potrebbe arricchire ulteriormente di funzioni anche produttive alimentari; ultima ma non in ordine di importanza, la vertical farm, che certe banalizzazioni architettoniche e tecnologiche tendono a banalizzare, ma che può svolgere un ruolo fondamentale anche solo nel liberare superfici dal carico produttivo attuale, e restituirle a gestioni diverse, sia agricole, che urbane in senso lato (parchi, recupero di biodiversità pilotato, sezioni di infrastrutture verdi territoriali). Ecco a cosa può servire, riflettere su quell’altrimenti solo decorativo campo di grano piantato per Expo. Parliamone.

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