Dismissione economica suburbana

Foto J. B. Hunter

Tutti sappiamo più o meno cosa sia un processo di obsolescenza programmata, quella cosa che tutti negano, che formalmente sarebbe pure illegale, ma che si pratica a man bassa e anzi pare la cifra portante del nostro sistema consumistico. Al punto che non c’è neppure bisogno di inventarsi le tremende diavolerie «fisiche» pure a volte scoperte da qualche indagine indiscreta – dalla componente chiave insostituibile che si logora velocissima al ricambio di fatto introvabile – visto che in realtà basta una specie di «obsolescenza psicologica» determinata da mode, contesto, interazione sociale. Viviamo immersi nelle relazioni, nelle reti, e risulta semplicissimo, almeno concettualmente, innescare questi processi di obsolescenza tanto artificiosa quanto inesorabile, agendo proprio sull’interdipendenza: un prodotto che faceva soprattutto status ma non lo fa più, qualcosa che comunicava con qualcos’altro e non lo fa più (per esempio i computer o i software), o raggiungeva un obiettivo oggi considerato troppo basso, poniamo nitidezza, pulizia, visibilità. Insomma ci si trova gradualmente di fronte a un oggetto, un sistema, un servizio, che magari di per sé opera ancora in piena efficienza, ma per rispondere a un «bisogno» evaporato, modificato, che non sa che farsene. Accade a tutto, anche alle cose più impensabili come una città.

Il villaggio abbandonato

Ce ne sono ovunque, di piccoli insediamenti minerario-estrattivi, o agricoli, o il classico impianto industriale urbano oppure no, lasciati alle erbacce, e comunque sfruttati in minima parte per funzioni marginali che nulla hanno a che vedere con l’originaria. Lo chiamiamo dismissione, oggi, ma da un lato quella definizione coglie bene solo un lato della faccenda, dall’altro ci nasconde proprio l’aspetto di obsolescenza più o meno programmata (da qualcuno se non altro gestita molto consapevolmente a proprio vantaggio) che ha determinato una crisi abbastanza complessa. Certo, esiste il caso semplice dei pochi edifici e impianti realizzati come se fossero una macchina ad esclusivo sfruttamento di una risorsa, un giacimento per esempio, che si esaurisce portando al puro e semplice abbandono del sito. Ma in genere non è affatto così facile, e si tratta in sostanza di un degrado progressivo, o meglio di una incapacità ad evolversi insieme al contesto più ampio, per una miriade di ragioni fisiche, sociali, geografiche, ambientali. Un villaggio agricolo di norma non esaurisce la fertilità dei terreni che prima ne garantivano addirittura una certa prosperità, ma per esempio non riesce più a fornire il reddito, o lo stile di vita, o di consumi, o l’immaginario, che i suoi abitanti ormai considerano indispensabili. Ed è piuttosto semplice e quasi naturale, affiancare al tipo e modello del villaggio agricolo il suo discendente diretto di era industriale e automobilistica, ovvero il quartiere suburbano, inserito non in una rete di poderi, ma in quella delle attività economiche decentrate e segregate a cui fa (o meglio faceva) riferimento, e che oggi come una vena mineraria vanno esaurendosi.

Il nuovo mercato del post-lavoro

Perché da tempo si parla in modo scollegato e a schegge prospettiche, vuoi di automazione e rivoluzioni nel mercato del lavoro, vuoi di nuovi stili di vita connessi all’urbanizzazione e anche alle innovazioni introdotte dalla medesima tecnologia, vuoi infine, un po’ in sordina, di povertà suburbana. Però come spesso accade a nessuno è venuto in mente di provare ad accostare almeno queste tre, analoghe cose, e chiamarle col loro nome: obsolescenza, dismissione, crisi. La vena della crescita quantitativa continua dei consumi familiari, la vena dell’espansione territoriale infinita, la stessa idea di famiglia e società, coi ruoli fissati dal ciclo meccanico produzione-riproduzione-consumo, si sta esaurendo, anzi già si è esaurita. L’economia del suburbio sta in piedi solo per inerzia, abitudine, convenzione, ammortizzatori sociali garantiti dalle lobbies che su quel modello avevano puntato troppo per rinunciarci così, anche di fronte al dato evidente dell’obsolescenza. Un po’ come certi giornalisti che vent’anni dopo la totale informatizzazione del settore editoriale, ancora continuavano (e continuano) a battere a macchina i loro articoli, tenendo ancora in vita artificialmente figure professionali di quel vecchio ciclo, che altrimenti non avrebbero alcun motivo di star lì, persone che di sicuro farebbero volentieri altri lavori, più intelligenti e creativi. Insomma c’è molto, molto di più del solo calo di investimenti e di reddito complessivo delle regioni suburbane e della rete di attività economiche disperse nel territorio autostradale. Rendersene conto è il primo passo per iniziare a riflettere nella prospettiva giusta.

Riferimenti:
Rick Paulas, The death of the suburban office park and the rise of the suburban poor, Pacific Standard, 18 maggio 2017

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