Idee di Città Sostenibile

Quando a Raymond Unwin (1921) viene posto direttamente il quesito sulla «massa critica urbana» indispensabile a garantire una vitale interazione sociale e culturale, interna e di respiro esterno, ai suoi abitanti e visitatori, appare immediatamente chiaro quanto la questione della forma insediativa sia soltanto una delle variabili dell’urbanistica, e forse neppure quella fondamentale e determinante. Al punto da far evaporare in partenza tutte le ricette su dimensioni, tipologie, densità, rapporto spazio-aggregazioni, su cui da decenni ormai si scontrano scuole di architettura e progettazione urbana, determinando scissioni e aggregazioni internazionali, accademiche e professionali. Esistono fattori di carattere economico (quelli che garantiscono l’esistenza stessa dell’aggregazione umana) a loro volta articolati tra una prospettiva egualitaria e ridistributiva della ricchezza, e/o all’arricchimento di pochi individui che poi potrà riversarsi in tutto o in parte sulla città, a influenzare le dimensioni e la forma, del nucleo, delle sue eventuali parti complementari, delle relative forme, densità, tipi. Ed esistono fattori di carattere relazionale e culturale spesso divergenti da quelli di produzione e distribuzione della ricchezza, che chiedono invece di pensare ad altri ideali spaziali, e tutto questo pur senza uscire da quella che per l’Autore e per il vasto movimento organizzato di cui è riconosciuto padre fondatore è una sorta di fede laica: il decentramento pianificato per città giardino autosufficienti, pur inserito negli assetti territoriali storici e con essi dialogante.

Ma come sta scoprendo suo malgrado nei medesimi anni l’ex amministratore di Letchworth, Thomas Adams (Simpson, 1985) emigrante di lusso oltreoceano proprio per rilanciare le teorie della garden city, l’immediato dopoguerra vede l’affermarsi massiccio di evoluzioni tecnologiche e aspirazioni sociali in grado di minarne alla base almeno alcuni dei presupposti: dalla montante diffusione dei veicoli privati familiari, del telefono, alle nuove propensioni al consumo anche culturale, e infine alla stessa identità più o meno legata alle forme spaziali. Perché certamente permane la base stessa di quello spirito comunitario essenziale originario del villaggio rurale ma trasferito nella metropoli industriale che aveva ispirato sia gli schemi di Howard che la loro traduzione sul territorio operata da Unwin. Il luogo simbolico dell’identità locale come calamita di gruppi e famiglie, fattore di integrazione anche tra classi e fasce sociali-di età, continua a restare quasi ovviamente saldo, in quegli spazi-distanze accuratamente misurati e confermati nel tempo (Perry, 1910; id., 1914; Parks, 1915). Su quella base, e indipendentemente dalle specifiche culture spaziali e riferimenti, varie scuole di ricerca e progetto sviluppano autonomamente soluzioni di varia qualità e successo, denominate poi unità di vicinato o quartiere autosufficiente o distretto integrato. Ma la variabile dirompente pare quella tecnologica legata all’area vasta, di cui muta anche l’aspetto identitario.

Rielaborazione grafica A. Galanti

Lo spiega molto bene, pur nel pieno della recessione economica che ha messo l’alt momentaneo ad alcuni dei processi fisici di espansione e dispersione variamente conformati, la ricerca condotta sulla comunità metropolitana da fine anni ’20 (McKenzie, 1933): sorge una inedita identità territoriale allargata, molto allargata, che inizia a vivere di sobborghi, esurbi, consumi massificati, «nomadismo» indotto o volontario, e soprattutto identità non più strettissimamente locale, ma spalmata su una più ampia gamma di territori, servizi, accessi culturali, opportunità. Soprattutto, si tratta di una metropoli virtuale, teoricamente sconfinata: «non limitata alle grandi città, è diventata l’unità comune delle relazioni locali nell’intera nazione». E pare quasi automatico che tra queste due forme comunitarie estreme, quella elementare primitiva e quella esplosa verso la quasi smaterializzazione tecnologica, resti schiacciata esattamente la dimensione urbana a cui fanno riferimento le ricerche dei progettisti, interessati a costruire raccordo e integrazione piena fra modello insediativo, equilibrio città/campagna, e spazi del vero e proprio progetto di trasformazione della vita quotidiana. Quello che nel linguaggio della sociologia molti anni dopo, quando la fuga in avanti dello sprawl suburbano pare spiazzare qualunque ipotesi di ricomposizione, si chiamerà «contrasto tra etica individuale ed etica sociale» (Whyte, 1956), non a caso sviluppato nell’analisi territoriale diretta proprio sull’emergente ambiente suburbano, in cui anche l’intuizione artistica e letteraria sta già individuando paurosi squilibri, nell’immaginario sotteso alle due dimensioni comunitaria e metropolitana (Yates, 1961).

Questo mancato convergere della domanda diffusa di spazi moderni con l’offerta teorica modellistica da cui poi indirettamente – questo non andrebbe mai dimenticato, in quelle letture manichee tra utopie e tradimenti – derivano anche le soluzioni di mercato, inizia quasi da subito a produrre segnali chiari di squilibrio. Indizi, che solo il senno storico di poi forse riesce a inquadrare come tali, ma che nei limiti dei propri obiettivi appaiono già chiari ad osservatori privilegiati degli anni Trenta, proprio quando invece la cultura architettonica antiurbana e antiurbanistica di Frank Lloyd Wright coglie l’occasione per proporre la sua Broadacre automobilistica-autostradale. Sia l’approccio della nascente disciplina della pianificazione regionale a forte contenuto socioeconomico (Draper, 1937), sia quello più tradizionale ed estetizzante della tutela del paesaggio (Ministry of Works and Planning, 1942), iniziano a definire gergalmente «sprawl». Un indistinto garbuglio di elementi superficialmente urbani e superficialmente rurali, in sostanza derivate dalla mancata inclusione di varianti essenziali nel formulare piani e progetti più equilibrati. E una sequenza storica dei piani di varia scala e orientamento, proprio questo ci può indicare: la misura in cui le varie componenti essenziali dei piani di nuova urbanizzazione/suburbanizzazione sono state davvero recepite, perlomeno rispetto al paradigma essenziale da cui in un modo nell’altro tutti discendono.

E che conferma nel suo ruolo essenziale proprio lo snodo della garden city nella formulazione howardiana (che ricordiamolo non è certo la prima nel suo genere) nell’includere davvero tutte le prospettive che possono garantire organicità a un’idea di organizzazione spaziale qualsivoglia, prima fra tutte quella del radicamento sociale e politico nelle migliori aspirazioni collettive. Proprio questo aspetto pare determinare il successo sui tempi lunghi dei paradigmatici modelli urbano-territoriali di varia scala, ovvero l’essere o meno espressione magari cangiante di tali aspirazioni, pur senza rinunciare alla razionalità in qualche modo astratta dell’utopia. Non dimentichiamo che quel brevissimo manualetto da cui scaturisce l’immenso esperimento dell’espansione pianificata novecentesca e oltre, in realtà non ha alcuna aspirazione spaziale in sé, ma solo un anelito alla «real reform» citata nel titolo originale. Lo spazio urbano è solo un utile possibile sbocco, di quelle aspettative a lungo coltivate dal pensiero socialista lungo tutto l’arco dell’industrializzazione. In fondo, concludendo e parafrasando la famosa didascalia-precisazione, il progetto spaziale non è un modello ma «solo un diagramma», un metodo di riferimento, su cui riflettere, anche per individuare il filo rosso che lega successi e insuccessi dei grandi piani di urbanizzazione e suburbanizzazione.

Il testo è la prefazione a: Antonio Galanti, Città Sostenibili: cento anni di idee per un mondo migliore, Aracne Editrice, Roma 2018 – Immagine di copertina da: AA.VV. Town Theory and Practice, London 1921

Riferimenti

Earle Sumner Draper (1937), Where City and County Meet, in New Horizons in Planning – Proceedings of the National Planning Conference, Detroit, Michigan, 1-3 giugno 1937, American Society of Planning Officials, Chicago – qui traduzione italiana

Roderick Duncan Mckenzie (1933) The metropolitan community, McGraw Hill, New York

Ministry of Works and Planning (1942), Report of the Committee on Land Utilisation in Rural Areas, Her Majesty’s Stationery Office, London

Robert Parks (1915), «The city: suggestions for the investigation of human behavior in the city environment», The American Journal of Sociology, Vol. XX, n. 5, marzo 1915 – qui un estratto in italiano

Clarence Perry (1910), Wider use of the school plant, Russel Sage Foundation, New York – qui traduzione in italiano 

Clarence Perry (1914), The school as a factor in neighborhood development, Russel Sage Foundation, New York – qui traduzione in italiano 

Michael Simpson (1985), Thomas Adams and the modern planning movement. Britain, Canada and the United States, 1900-1940, Mansell, London-New York

Raymond Unwin (1921), The town and the best size for good social life, in Charles Benjamin Purdom (a cura di), Town theory and practice, Ben Brothers, London – qui traduzione in italiano 

William Hollingsworth Whyte (1956), The Organization Man, Simon & Schuster, New York

Richard Yates (1961), Revolutionary road, Little, Brown, Boston

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